Il vero motivo della cacciata di Fini

Ecco un mio intervento, spedito ieri ma pubblicato oggi, su Hyde Park Corner del Foglio. Forse un tantino altisonante nella chiusa, ma per me individua il vero motivo di scontro tra Berlusconi e Fini: lo stile troppo diverso.

Da elettore del PdL apprezzo il tentativo di riconciliazione di Fini, ma da professionista della comunicazione c’è qualcosa che ancora non mi convince. Nell’intervista all’Elefantino*, infatti, viene riportato per ben tre volte il termine "resettare", parola brutta e per di più ascrivibile al gergo dei giacobini (non a caso la usò qualche tempo fa Beppe Grillo per una sua campagna). Ma la cosa più grave è l’uso dell’espressione "questione morale". Fini precisa che quell’espressione non gli piace, ma non basta. Usandola, si lascia intendere di condividere almeno in parte un’analisi della recente storia d’Italia che sfocia inevitabilmente nel sogno di moralizzare la politica e gli italiani per via giudiziaria. Visione incompatibile non solo con quella di Berlusconi, ma con quella di chi, come me, vota PdL per uno scopo molto diverso: vincere per via politica una battaglia di civiltà.

*L’intervista di Fini a Ferrara non l’ho trovata sul web. Era sul Foglio cartaceo di ieri.

Annunci

Il pupazzo Gianfranco

GIANFRANCO+FINI+ARRABBIATO-2Vi ricordate il mitico Rockfeller, il corvo "agito" e "parlato" dal ventriloquo Moreno, che impazzò negli anni Ottanta in tv? Ebbene, oggi un altro pupazzo si aggira per le aule del parlamento italiano, anzi una delle due camere la presiede pure. Sui documenti ufficiali c’è scritto un nome, on. Gianfranco Fini, ma in realtà, spesso, chi agisce e parla attraverso di lui è qualcun altro. Infatti, ogni volta che pronuncia la locuzione "questione morale", come ha fatto ieri, lui forse – ma forse – crede davvero di difendere la legalità le regole le istituzioni i valori e bla bla bla. Invece ciò che fa veramente è: primo, smarcarsi dal Maligno; secondo, accreditarsi presso i presunti salvatori dell’Italia; terzo, rafforzare la posizione di questi presunti salvatori dell’Italia, che da più di trent’anni vogliono moralizzare la politica e gli italiani, e che da venti lo vogliono fare per via giudiziaria. Che lo sappia o no, quando l’on. Gianfranco Fini dice con aria solenne "questione morale", si trasforma nel pupazzo Gianfranco. Non è più il garantista cofondatore del PdL che parla, bensì Enrico Berlinguer (PCI), Antonio Di Pietro (ex magistrato, oggi IdV), Anna Finocchiaro (Pd), Eugenio Scalfari (la Repubblica), Travaglio Santoro Guzzanti e tutta una schiera di politicanti e intellettuali truffaldini trasversale agli schieramenti. Come dite? Troppi ventriloqui per un solo pupazzo? Meglio per lui: così è sicuro di non rimanere senza voce. E senza idee.

Performance di Fini (qui).
Performance di Rockfeller (qui).

rockfeller

Il milite noto

Qualche piccola riflessione sparsa sulla guerra, da spunti diversi ma convergenti sulla figura del soldato.

Dopo la Prima guerra mondiale in Europa è nato l’uso di dedicare una statua alla figura del soldato senza nome, il milite ignoto, in rappresentanza di tutti i caduti. Un segno che la guerra aveva ormai assunto una forza spersonalizzante mai avuta prima. Quella che Ernst Jünger chiamò "guerra di materiali" e non più di uomini in armi.

Un paio di domeniche fa ho visitato il cimitero di guerra del Commonwealth (Gran Bretagna, Canada, Australia, Nuova Zelanda) al parco Trenno di Milano, dove sono sepolti i loro caduti della Seconda guerra mondiale. Sarà stato l’ordine delle croci bianche allineate, o l’erbetta più verde, più folta e perfettamente rasata, o la siepe tutt’intorno, o i tre grossi alberi, o il silenzio, ma mi pareva che in quel fazzoletto di terra facesse meno caldo che nel resto del parco. Ogni soldato una croce, ogni croce un nome.

Sul blog di Giulio Meotti, a proposito del soldato israeliano Gilad Shalit rapito più di mille giorni fa da Hamas e dimenticato dalle ONG, si legge: "In Israele non c’è neanche un monumento al milite ignoto. Ci sono tombe sul Monte Herzl persino senza corpi, ma con già il nome e la placca. In attesa che li riportino “a casa”" (qui).

Nel Gesù di Nazaret, Ratzinger commentando il versetto del Padre nostro "sia santificato il tuo nome", scrive: "Dio si rivolge a ogni singolo, chiamandolo col suo nome che nessun altro conosce" (pag. 158).

Riposino in pace.

Carta di credito? 1 fiorino

gabella
Luglio 2010, Bergamo, aeroporto di Orio al Serio. Pagamento del parcheggio: 71 euro. "Sui pagamenti con carta di credito verrà applicata una maggiorazione di 1 euro". 72 euro. Perché? La commissione. Il gestore del parcheggio ti fa pagare la commissione che qualcuno chiede a lui. Chi? Vorrei proprio saperlo. E' la banca? O il gestore della carta di credito? A naso direi il gestore della carta, cioè o Visa o Mastercard. A questo punto sorge un altro quesito: all'estero è così? E, se all'estero non è così, perché Visa e Mastercard fanno pagare la commissione solo a noi italiani? Qui dicono che siamo passati all'euro, ma in realtà siamo rimasti al fiorino. Vi ricordate Troisi e Benigni nel film Non ci resta che piangere? "Chi siete? Cosa portate? 1 fiorino!"

Per una storia vera e condivisa

LittoriaUna settimana fa parto per una vacanza a Creta con un albo gigante di Tex e, per la prima volta nella mia vita, con un solo libro, scelto la sera prima in un raptus di decisionismo: la Regola di san Benedetto. Naturalmente è finita come doveva finire: non ho toccato né l’uno né l’altro. Mi sono appassionato, invece, al libro portato da mia moglie. La quale lavora nella casa editrice che ha vinto per la terza volta di fila lo Strega (Mondadori) e si è portata il vincitore di quest’anno, Canale Mussolini di Antonio Pennacchi (qui autopresentazione su youtube). Ma non nell’edizione normale, che le masse leggeranno quest’estate sotto l’ombrellone, con la copertina e tutto il resto, bensì in una per uso interno, che si chiama scopertinato. Forse è proprio questo fatto che mi ha consentito di passare sopra alla mia naturale ritrosia verso i libri premiati. Ripensandoci, "appassionato" forse è troppo. Ci sono cose che non mi convincono fino in fondo. Altre sì, però, e comincio da alcune (di altre magari parlerò in futuro).

Primo: c’è una storia. Il che non è poco, per un libro italiano. In più, è pure bella e istruttiva.

Secondo: il vero soggetto della narrazione è il "noi". Non l’"io". Questo ne fa una narrazione epica, altro salto di qualità rispetto ai soliti raccontini piccoli piccoli degli autori nostrani. Il "noi" si riferisce in primo luogo a una famiglia. Una famiglia contadina del ferrarese trasferitasi per necessità in Agro Pontino, molto numerosa, italiana e fascista.

Ed ecco che il "noi" si allarga anche all’ideologia, che è il terzo aspetto che mi preme sottolineare. Il fascismo raccontato dall’interno e dal basso, senza né esaltazione né complessi. Con molto disincanto, pure troppo, forse. Ma soprattutto, come episodio della storia italiana, parte importante di una storia vera e condivisa, non come un presunto "male assoluto" da rimuovere, come ha detto anche il nuovo leader della sinistra antifascista Gianfranco Fini.

Interessante infine, e molto, la caratterizzazione del fascismo come fenomeno di sinistra. Sì, ragazzi, il fascismo – come oggi è Fini – fu culturalmente di sinistra, mettiamocelo in testa. Purtroppo noi, educati dal pensiero unico e deviati dal falso mito resistenziale, perfino a distanza di decenni fatichiamo a vedere l’impronta smaccatamente proletaria e rivoluzionaria del fascismo. "La terra ai contadini!". La vera differenza rispetto al socialismo fu l’interventismo, quel nazionalismo che il socialismo internazionalista non aveva, ma per esempio un altro socialismo, il nazional-socialismo, o nazismo, sì. Per cui, quando i soldati tornarono dalla Prima Guerra mondiale, furono snobbati dai socialisti e buttati nelle braccia del socialista nazionalista Mussolini. "La terra ai soldati!". Aggiungeteci il capo del governo e il re, e il pastrocchio è fatto.

"Liberi e riverenti"

san-francesco

Innocenzo III riconosce la Regola francescana

Questa bella espressione, "liberi e riverenti", presa da Moby Dick, l'ho trovata sul blog di zamax, colonna a destra, vicino al leone alato della Serenissima. Il passo riportato è:

Perduta nazione, avito suolo
isole tra i monti, strade pei mari
unico asilo ed eterno conforto
per te prosperiamo
liberi e riverenti

Al di là del suo significato nel contesto del romanzo, perché mi colpisce tanto quell’accostamento di libertà e riverenza? Forse perché, oggi come oggi, l'idea dominante di libertà comprende tutto il contrario della riverenza. Che cavolo c’entra, infatti, la riverenza con la libertà? L’uomo libero non è forse chi non “fa la riverenza” mai e poi mai, davanti a niente e a nessuno? L’uomo che si è emancipato da legami, dipendenze, autorità, tradizioni. Famiglie, società, chiese. Che si autodetermina sul piano civile. Che si autogenera sul piano biologico grazie alla tecnica. La riverenza, invece, presuppone che ci sia qualcosa da riverire. Qualcosa, dunque, di superiore al nostro “io” e ai nostri desideri. Qualcosa che in qualche modo si manifesta anche attraverso il nostro “io” e i nostri desideri, ma che non è ad essi riducibile. Qualcosa che chiede un atto di umiltà. Una patria, un'autorità, un'idea, una persona, Dio. Oggi tutto questo è messo radicalmente in discussione, e così la riverenza, come atteggiamento e come atto, sembra perdere senso. “Fare la riverenza”, al massimo, diventa atto formale, dovuto. Eppure non è difficile vedere che cosa accade alla libertà quando è nettamente separata dal riconoscimento di una necessità. Sul piano personale, essa diventa facilmente schiavitù rispetto al proprio ego. Il mondo è pieno di esempi, e nessuno, credo, è esente da questa tendenza. Sul piano politico, essa diventa puro arbitrio e l’arbitrio si traduce in terrore e strage. Il Novecento dovrebbe avercelo insegnato. Oggi si può continuare a riconoscere la libertà solo nella figura dell’uomo che sfida Dio e sottomette la natura, ma forse è venuto il momento di imparare a vederla anche nell’uomo che, per esempio, sfiora col ginocchio la pietra di una chiesa.