Io l'Argentina non la tifo

Non so se anche voi siete circondati da gente che si è messa a tifare Argentina. Amici, giornali, opinionisti tv, mezza Italia, a occhio e croce. Non gli basta più guardare le partite dei mondiali, ammirare, stupirsi, o annoiarsi, o chiacchierare amabilmente, o emozionarsi, o esaltarsi perfino, ma senza tifare per forza qualcuno? E poi, perché proprio Argentina? E qui parte il discorso Maradona. Simpatico, bravo, mezzo napoletano e mezzo argentino, mezzo ribelle e mezzo stronzo, in fondo è uno di noi, no? No? No.

Chi non paga deve pagarla

bone_repairGiusto stamattina, dopo una notte passata in agenzia al solo scopo di soddisfare l’ego altrui, riflettevo sulla dignità del lavoro. E, guarda caso, su Facebook trovo il post di un conoscente, che oggi si ripropone di inseguire un debitore che gli deve soldi da 13 mesi. 13 mesi. E di sgozzarlo.
Potevo forse esimermi dal dire la mia?
Ecco il mio commento:

chi non paga deve pagarla.
lo esige un patto di giustizia elementare che non può essere rotto impunemente.
se il debitore non dà i soldi al creditore, allora è legittimo costringerlo a darli, chessò, al proprio dentista, all'ortopedico, al fisioterapista, allo psicologo, al cardiologo… al becchino solo qualora il suo mancato pagamento abbia determinato la morte di qualcuno.

Poco cristiano? E perché? Forse il cristiano vive di solo spirito?

Luttazzi divorato dalla bestia ridens

Della faccenda di Luttazzi e dei suoi plagi di comici americani ha parlato Christian Rocca (qui). Della sua brutta fine, “divorato” dai suoi stessi fan, si sono interessati i WuMing (qui). Io l’ho saputo perché l’ha segnalato Ernesto Aloia su Facebook. Di Luttazzi si era parlato anche in questo blog per elogiarlo (qui) e per stroncarlo (qui). La faccenda mi interessa non solo in sé, ma perché è rivelatrice della mentalità che permea il dibattito pubblico italiano, compresa la rete e compresi i WuMing. Autori che fanno serenamente ricorso a concetti del tutto fuorvianti come “Italia berlusconiana”, ma che forse si cominciano a interrogare su un altro concetto base, quello di “incorruttibile paladino”. Avrei voluto postare da loro il seguente commento, ma hanno deciso di chiudere il thread.

So che da queste parti non avrò terreno fertile, ma oso lo stesso dire che per me il vizio di fondo è culturale ed è tutto nei due miti su cui si regge il discorso pubblico, oggi, in Italia. Compreso il dibattito (davvero scarno, per la verità) sulla satira. Due miti ormai sedimentati, ma falsi e pericolosi. Il primo è l'"Italia berlusconiana", il secondo è l'"incorruttibile paladino". Nel post ci si fa le domande giuste sul secondo, ed è già un buon inizio.

Per capire perché Luttazzi è finito divorato dalla bestia non bastano i suoi errori. Bisogna, invece, interrogarsi su questo vizio culturale di fondo. La bestia, infatti, è stata creata e aizzata attraverso quei due miti pericolosi. Per anni e anni, il discorso, ridotto all’osso, è stato sempre e soltanto questo: “L’origine di tutti i mali italiani è Berlusconi, contro di lui ci vuole la rivoluzione”. Quindi il Puro contro il Male assoluto. Non c’è posto per altri ruoli, nel dibattito, tantomeno in rete. Dappertutto la Rivoluzione e i suoi fari: i tribuni, la “vera opposizione”, la satira: tutto si tiene. Tutto aizza la bestia.

Luttazzi intuì che parecchi suoi fan lo vedevano come Puro e la cosa non gli piacque. Non fino in fondo, almeno. E forse fu per questo che provò a specificare chiaramente che lui NON è moralmente migliore né di Berlusconi né di ogni altro suo bersaglio. Ma la bestia non accettava altro che “un incorruttibile paladino”, e quindi non lo ha ascoltato, perché così le è stato insegnato a pensare. Così, ora che Luttazzi ha perso il suo vecchio ruolo per colpa dei suoi errori, non poteva che finire a interpretare l’unico altro ruolo contemplato nel dibattito, quello del Male assoluto. Così funziona il dibattito in Italia. E la rete non fa eccezione, anzi peggiora le cose.

In definitiva, Luttazzi è caduto nelle fauci della bestia che anche lui ha contribuito in qualche modo a nutrire, insieme a tanti altri comici, giornalisti, intellettuali, politici. Che, lungi dal porsi le vere domande, procedono tuttora a vele spiegate, incuranti della realtà e negando l’evidenza. Del resto, è così che piace alla bestia.”

Allarme achtung red alert

achtung-tiger-ww2-german-panzer-tank-tee-shirt-redUna delle fisse di certi giornali italiani – non faccio nomi: Repubblica – è l'allarme con cui i giornali esteri guardano all'Italia. Questo allarme sarebbe la prova che qui da noi la situazione è davvero grave, solo che noi non ce ne accorgiamo più (naturalmente perché Berlusconi ci ipnotizza con le sue 3, 5, 12, 37 tv). Poteva sfuggire ai giornalisti stranieri il fantomatico bavaglio, il nuovo spauracchio delle coscienze democratiche? No. E poteva sfuggire ai nostri l'allarme dei colleghi? Nemmeno. E infatti è scattato il riflesso pavloviano, e in questi giorni di giugno l'allarme della stampa estera è arrivato puntuale come l'Ici. Di fronte a questo allarme, la prima cosa che mi sono chiesto è: ma lì da loro succede che vengano pubblicate illegalmente pagine e pagine e pagine di intercettazioni? Me lo sono chiesto innocentemente, eh. Solo perché non mi sembra di aver mai sentito di un loro allarme, nemmeno un piccolo allarmino, su violazioni della privacy ai danni di politici o di cittadini italiani, e questo mi porterebbe a pensare che anche lì da loro violare la privacy sia la norma. Ad ogni modo, il Foglio ha pensato di porre la fatidica domanda ai giornalisti stranieri, gli stessi che sono tanto allarmati per i loro colleghi italiani imbavagliati. Christian Rocca riporta sul suo blog le risposte, anzi, la risposta, perché è sempre la stessa. Riuscite a indovinare qual è? (qui).

Ps. A me ha fatto molto pensare la risposta della cilena: da quelle parti non si pubblicano intercettazioni perché è ancora vivo il ricordo del dittatore Pinochet. Ops, nel post precedente si diceva qualcosa del genere… (qui).

Difendere la privacy è difendere la libertà

“In nessun paese al mondo si fa l’uso impudico, svergognato, dissennato, feroce e illiberale che si fa da noi delle trascrizioni di conversazioni private”.

“La questione non è di dettaglio particolare, ma di senso generale. (…) La sfera privata con i suoi diritti e le sue garanzie fu difesa dai migliori e più grandi scrittori e pensatori della libertà dei moderni. E’ la quintessenza del modo liberale di vivere in occidente. E’ l’aspirazione estetica dell’artista, del militante antitotalitario o anche semplicemente di chi persegue un disegno originale e non uniformabile di vita e di lavoro. E’, la privacy, (…) una beatitudine della parte più libera e ‘refrattaria’ dell’esistenza umana alla quale è folle rinunciare per qualunque motivo”.
(Giuliano Ferrara, il Foglio di oggi).

Parole che profumano di libertà.
Sentite, invece, il ritornello opposto:

“Chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere”.

Ritornello che, a prima vista, può suonare ragionevole, ma che in realtà nasconde un pericoloso tranello. Così dicendo, infatti, sotto sotto si sposta indebitamente la linea di confine che c’è tra l’individuo, lo stato e la società, a danno dell’individuo. Infatti, la tendenza dell’individuo a preservare un proprio spazio inviolabile – tranne in caso di pesanti indizi o addirittura di crimini provati – viene messa fortemente in discussione. Il sentimento naturale e sacrosanto della privacy diventa improvvisamente sospetto. Coltivarlo, difenderlo, viene fatto passare per l’ammissione indiretta di una colpa. Anche se questa colpa, nei fatti, non esiste. Infatti, secondo la logica di quel ritornello, chi difende la propria privacy ha qualcosa da temere, e dunque qualcosa da nascondere. Così, l’uomo che difende la sua libertà è automaticamente colpevole per il solo fatto di non piegarsi all’imposizione sociale e statale della trasparenza assoluta. L’accusa non ha più nemmeno l’onere della prova, perché lo stato di accusa è la norma sociale e il solo stile di vita tollerato è la rinuncia a una grande fetta di libertà. Il bravo cittadino, nell’ordine di cose implicato da quella frasetta, è chi sacrifica il suo spazio privato trasformandolo in uno spazio violabile a proprio piacimento dallo stato e dalla società nella loro funzione di tribunale permanente, onnipresente, occhiuto. Il tanfo, qui, è inequivocabile: totalitarismo.

Aggiungo: in Italia, la durata infinita delle intercettazioni e le storie di persone innocenti condannate sui media e poi assolte dai tribunali hanno ampiamente dimostrato che anche chi non ha nulla da nascondere ha parecchio da temere.
Ragazzi, occhio agli occhiuti!

Il mestiere del futuro

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Stufo della vita di agenzia, sto seriamente pensando di darmi a una nuova professione: il declamatore futurista. Tanto, di parole in libertà ho un’esperienza consolidata, ormai, visto che qui si pratica alla grande il fuffying estremo, ovvero la nobile arte della fuffa al suo massimo grado. Meglio, dico io, darsi delle regole chiare che qualifichino la tua professionalità. Secondo il manuale redatto cent’anni fa dai geniali avanguardisti, il declamatore futurista deve:

1.Vestire un abito anonimo (possibilmente, di sera, uno smoking), evitando tutti gli abiti che suggeriscono ambienti speciali. Niente fiori all'occhiello, niente guanti.
2.Disumanizzare completamente la voce, togliendole sistematicamente ogni modulazione o sfumatura.
3.Disumanizzare completamente la faccia, evitare ogni smorfia, ogni effetto d'occhi.
4.Metallizzare, liquefare, vegetalizzare, pietrificare ed elettrizzare la voce, fondendola colle vibrazioni stesse della materia, espresse dalle parole in libertà.
5.Avere una gesticolazione geometrica, dando così alle braccia delle rigidità taglienti di semafori e di raggi di fari per indicare le direzioni delle forze, o di stantuffi e di ruote, per esprimere il dinamismo delle parole in libertà.
6.Avere una gesticolazione disegnante e topografica che sinteticamente crei nell'aria dei cubi, dei coni, delle spirali, delle ellissi, ecc.
7.Servirsi di una certa quantità di strumenti elementari come martelli, tavolette di legno, trombette d'automobili, tamburi, tamburelli, seghe, campanelli elettrici, per produrre senza fatica e con precisione le diverse onomatopee semplici o astratte e i diversi accordi onomatopeici.
Questi diversi strumenti, in certe agglomerazioni orchestrali di parole in libertà possono agire orchestralmente, ognuno maneggiato da uno speciale esecutore.

Dunque, se non si riesce a sfondare come solista, che non è che tutti possono essere solisti, si può comunque ripiegare sul semplice orchestrale. Hai detto niente.

Il manuale completo (qui)

Inneggiare alla guerra (santa) è pacifismo?

Sulle navi, come si vede in questo video (qui), hanno inneggiato alla guerra santa contro gli ebrei: "Khaybar Khaybar ya yahud, jaish Mohammed saya,ud". Cioè: "Ebrei, ricordate Khaybar, l'esercito di Maometto è tornato". A Khaybar, Maometto annientò una tribù ebraica. Fonte: Foglio di oggi.
Sulla loro cartina geografica non c'è Israele, perché non riconoscono il suo diritto a esistere. Vedere per credere (qui).
Ora, come si fa a dire che questa gente vuole la pace tra Israele e palestinesi quando non riconoscono nemmeno l'esistenza di Israele e il suo diritto a esistere? Bizzarro. E il bello è che in questo clamoroso abbaglio casca sia la stampa italiana e straniera, sia governi e istituzioni internazionali. L'Onu, mica gli ultimi sprovveduti. Se tra i pacifisti c'è ancora gente in buona fede, dovrebbe aprire gli occhi, una volta per tutte. Il problema è che questa gente legge, nel migliore dei casi, solo Repubblica, che abbocca e rilancia alla grande ogni fanfaluca pseudo-pacifista…