Da oggi collaboro con il Foglio

ferrara
Con questa recensione, uscita in forma ridotta per motivi di spazio sul numero di oggi, comincio una collaborazione che mi auguro sia lunga e proficua, soprattutto per il sottoscritto.

Jan Bernas
Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani
178 pp., Mursia, 16 euro

Con il Trattato di Parigi, al termine della Seconda guerra mondiale, l'Italia perse una porzione di territorio piuttosto rilevante nell'estremo nord-est, formata dall'Istria, da buona parte della Venezia Giulia, dalle isole dalmate, da Fiume e da Zara, italiane per lingua e per tradizione. Nel dopoguerra, tuttavia, si aggiunse una perdita forse anche più grave: la perdita della memoria. Intere porzioni di storia furono a lungo rimosse, sacrificate sull'altare dell'opportunità politica, con ricadute importanti non solo sulla politica stessa, ma anche e soprattutto a livello umano e civile. È impossibile quantificare il danno subito dalle centinaia di migliaia di italiani coinvolti nel complesso intrico di questioni etniche e ideologiche che fin dall'immediato dopoguerra vide contrapporsi italiani e slavi, fascisti e antifascisti, comunisti e anticomunisti, ma fortunatamente oggi sta attecchendo in Italia un nuovo clima culturale che favorisce l'uscita di quelle vicende dall'oblio. In questo clima si inserisce il lavoro di Jan Bernas, giornalista italiano di origine polacca che ha raccolto le testimonianze di ventuno persone originarie di quelle terre dimenticate, suddividendole in tre categorie: gli esuli, i “rimasti” e i protagonisti del “controesodo”. In quel dramma collettivo, infatti, sono compresi sia i 350 mila che scelsero dolorosamente di lasciare le proprie case, sia coloro che invece rimasero, sia quelli che, in assoluta controtendenza, lasciarono l'Italia per unirsi all'edificazione del socialismo nella Jugoslavia del maresciallo Tito. Comune a tutti loro fu l'epiteto di fascisti con cui vennero erroneamente classificati e insultati. Fascisti erano, agli occhi della sinistra italiana e del suo giornale di riferimento, l'Unità, gli esuli sbarcati ad Ancona con pochi vestiti e costretti a vivere nei campi profughi sparsi per la penisola. Myriam Andreatini, di Pola, ricorda ancora oggi le parole che le venivano rivolte con disprezzo: “Tu che hai lasciato il paradiso titino non puoi essere altro che una fascista”. Fascisti erano considerati anche i “rimasti”, la cui unica vera colpa era di essere italiani in un Paese il cui leader cominciò ad attuare una politica panslavistica ricorrendo alla pulizia etnica. I terribili esordi, affidati alla polizia segreta, avvennero nell'estate del 1946 sotto gli occhi della piccola Nella Smilovich, testimone miracolosamente sopravvissuta all'attentato sulla spiaggia di Vergarolla, vicino Pola, in cui morirono dilaniate un centinaio di persone. In seguito l'OZNA cambiò nome e divenne UDBA, ma continuò fino al 1988 a seminare il terrore, a torturare e a deportare i presunti “nemici del popolo” in campi di concentramento come Goli Otok, l'isola Calva, dove finì anche Sergio Bormé, di Rosigno, che ne racconta dettagliatamente gli orrori e traccia un amaro bilancio politico: “il comunismo era servito agli slavi come copertura per incassare il sostegno di tutti gli antifascisti (…) per realizzare il sogno espansionistico panslavo sul territorio italiano”. C'è un ultimo risvolto, il meno noto ma il più paradossale. Fascisti, infatti, furono considerati perfino quegli intellettuali e quei duemila operai comunisti giunti volontariamente in Istria per aiutare l'industria pesante jugoslava a risollevarsi dopo la guerra. Nel 1948, al momento della rottura tra Tito e Stalin, pagarono la loro fedeltà alla linea del PCI italiano, filo-sovietico, che li abbandonò a loro stessi. Emerge, dunque, un quadro complesso di cui le foibe sono forse il simbolo più noto, ma non certo esaustivo. Ne sono prova queste testimonianze piene di dignità, raccolte con umiltà e amore dopo decenni di silenzio. A fare luce su un passato rimosso, un luminoso atto di pietas.

Vincenzo Garzillo

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