L'arte? Un dito in culo ai cittadini

dito_20medioIn piazza Affari a Milano verrà esposta per un paio di mesi una scultura raffigurante un dito medio. Per l’ennesima volta, un’arte volgare, gratuita, nichilista, si sposa con una politica del tutto indifferente all’estetica. Il significato dell’opera è inequivocabile. Ciò che invece resta da definire è chi se lo merita veramente, questo dito nel culo. Forse chi lavora in Borsa? Beh, certo, là dentro c’è solo brutta gente, si sa. L’assessore Finazzer Flory, che si è battuto strenuamente per averlo, fino a minacciare le dimissioni? Beh, se proprio ci teneva tanto, sarebbe crudele non concederglielo. I cittadini di Milano, i cui soldi finiscono in porcherie del genere? Ho idea che, lungi dal percepire l’insulto, si faranno solo un grande sbadiglio, di fronte alla geniale trovata. Allora il sindaco Letizia Moratti, che ha dichiarato testualmente che l’opera “È ironica, è spiritosa, è arte, e l’arte non può essere imbavagliata”? No, per carità, non mi imbavagliate pure l’arte, eh, che già c’è mezza Italia col bavaglio. Come dimenticare, infine, l’autore, il ricco artista di fama mondiale Maurizio Cattelan? Io, però, un bavaglio sulla bocca glielo metterei, almeno per non sentire le sue urla strazianti: un dito di quelle dimensioni, e per giunta in marmo di Carrara, fa male, ahi se fa male!

Articoletto sul tema (qui).

Da oggi collaboro con il Foglio

ferrara
Con questa recensione, uscita in forma ridotta per motivi di spazio sul numero di oggi, comincio una collaborazione che mi auguro sia lunga e proficua, soprattutto per il sottoscritto.

Jan Bernas
Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani
178 pp., Mursia, 16 euro

Con il Trattato di Parigi, al termine della Seconda guerra mondiale, l'Italia perse una porzione di territorio piuttosto rilevante nell'estremo nord-est, formata dall'Istria, da buona parte della Venezia Giulia, dalle isole dalmate, da Fiume e da Zara, italiane per lingua e per tradizione. Nel dopoguerra, tuttavia, si aggiunse una perdita forse anche più grave: la perdita della memoria. Intere porzioni di storia furono a lungo rimosse, sacrificate sull'altare dell'opportunità politica, con ricadute importanti non solo sulla politica stessa, ma anche e soprattutto a livello umano e civile. È impossibile quantificare il danno subito dalle centinaia di migliaia di italiani coinvolti nel complesso intrico di questioni etniche e ideologiche che fin dall'immediato dopoguerra vide contrapporsi italiani e slavi, fascisti e antifascisti, comunisti e anticomunisti, ma fortunatamente oggi sta attecchendo in Italia un nuovo clima culturale che favorisce l'uscita di quelle vicende dall'oblio. In questo clima si inserisce il lavoro di Jan Bernas, giornalista italiano di origine polacca che ha raccolto le testimonianze di ventuno persone originarie di quelle terre dimenticate, suddividendole in tre categorie: gli esuli, i “rimasti” e i protagonisti del “controesodo”. In quel dramma collettivo, infatti, sono compresi sia i 350 mila che scelsero dolorosamente di lasciare le proprie case, sia coloro che invece rimasero, sia quelli che, in assoluta controtendenza, lasciarono l'Italia per unirsi all'edificazione del socialismo nella Jugoslavia del maresciallo Tito. Comune a tutti loro fu l'epiteto di fascisti con cui vennero erroneamente classificati e insultati. Fascisti erano, agli occhi della sinistra italiana e del suo giornale di riferimento, l'Unità, gli esuli sbarcati ad Ancona con pochi vestiti e costretti a vivere nei campi profughi sparsi per la penisola. Myriam Andreatini, di Pola, ricorda ancora oggi le parole che le venivano rivolte con disprezzo: “Tu che hai lasciato il paradiso titino non puoi essere altro che una fascista”. Fascisti erano considerati anche i “rimasti”, la cui unica vera colpa era di essere italiani in un Paese il cui leader cominciò ad attuare una politica panslavistica ricorrendo alla pulizia etnica. I terribili esordi, affidati alla polizia segreta, avvennero nell'estate del 1946 sotto gli occhi della piccola Nella Smilovich, testimone miracolosamente sopravvissuta all'attentato sulla spiaggia di Vergarolla, vicino Pola, in cui morirono dilaniate un centinaio di persone. In seguito l'OZNA cambiò nome e divenne UDBA, ma continuò fino al 1988 a seminare il terrore, a torturare e a deportare i presunti “nemici del popolo” in campi di concentramento come Goli Otok, l'isola Calva, dove finì anche Sergio Bormé, di Rosigno, che ne racconta dettagliatamente gli orrori e traccia un amaro bilancio politico: “il comunismo era servito agli slavi come copertura per incassare il sostegno di tutti gli antifascisti (…) per realizzare il sogno espansionistico panslavo sul territorio italiano”. C'è un ultimo risvolto, il meno noto ma il più paradossale. Fascisti, infatti, furono considerati perfino quegli intellettuali e quei duemila operai comunisti giunti volontariamente in Istria per aiutare l'industria pesante jugoslava a risollevarsi dopo la guerra. Nel 1948, al momento della rottura tra Tito e Stalin, pagarono la loro fedeltà alla linea del PCI italiano, filo-sovietico, che li abbandonò a loro stessi. Emerge, dunque, un quadro complesso di cui le foibe sono forse il simbolo più noto, ma non certo esaustivo. Ne sono prova queste testimonianze piene di dignità, raccolte con umiltà e amore dopo decenni di silenzio. A fare luce su un passato rimosso, un luminoso atto di pietas.

Vincenzo Garzillo

Colpire gli innocenti, tutelare i colpevoli

Troppo spesso capita che rovesciando la banalità e il buon senso si ottenga la realtà. A proposito delle intercettazioni, per esempio, si assiste a uno scontro surreale.
Da una parte stanno gli sputtanatori di professione, maggioritari sui media e minoritari in politica, che gettano fumo negli occhi all'opinione pubblica e in particolar modo al loro pubblico assetato di sangue. "La legge bavaglio!", gridano, "Difendiamo la democrazia!". Principi alti come la libertà di stampa sbandierati a vanvera, solo per tenere alti i loro ascolti e le loro vendite (e le loro liquidazioni). Un orrendo clima di intimidazione generalizzata viene fatto passare per l'unico atteggiamento davvero morale.
Dall'altra parte sta la classe politica, che si appropria di un altro principio di per sé sacrosanto, la tutela della privacy, ma nei fatti propone una legge che rischia di diventare un ostacolo per certi tipi di indagini.
Da filosofo del banale, mi vengono un paio di considerazioni assai banali.
Primo. Ma è così difficile pensare che le intercettazioni possano venire FATTE (entro certi limiti, anche di spesa), ma che si vieti nella maniera più assoluta che vengano PUBBLICATE (e sceneggiate in tv)?
Secondo. Il mio pensiero va agli unici che non hanno voce. Da Santoro non li vedrete mai. Forse solo Piroso, vero garantista, li potrebbe ospitare. Sono almeno due categorie: gli sputtanati poi rivelatisi innocenti alla prova dei fatti, e quindi sempre troppo tardi; e tutti coloro che non c'entrano niente con i crimini oggetto di indagini, ma magari sono stati intercettati e pubblicati perché hanno a che fare, per esempio, con la sfera sessuale dell'indagato (vedi caso di Balducci), e quindi avvalorano a priori lo sputtanamento. A casa mia questo si chiama orrore. Gli sputtanatori, invece, lo chiamano giustizia. A me ricorda lo stato totalitario. Gli sputtanatori, invece, lo chiamano libertà di stampa. Fate voi.
Morale: nel paese del "tutti colpevoli", in realtà si colpiscono gli innocenti e si tutelano i colpevoli.

Dal blog di Christian Rocca, due post che citano un pezzo di Giuliano Ferrara (qui) e uno di Filippo Facci (qui).

Domani vinceranno la Champions. Auguri!

inter.jpgLa squadra più forte d’Europa non ha bisogno di nessun augurio, tantomeno quando ha appena vinto meritatamente il campionato più bello del mondo, tantomeno se sono gli auguri di un tifoso di un’altra squadra, tantomeno se alla squadra dell’augurante l’Inter strappò uno scudetto dalla maglia, ma io i miei più sentiti auguri glieli voglio fare lo stesso. E quindi auguri, auguri, auguri!

La mia firma non la avrete mai più

Dovessi mai diventare una celebrità in qualche campo – editoria, pubblicità, calcio, scienza, arte, moda, missilistica, cosmesi, imbottigliamento – e dovessi mai firmare o addirittura promuovere un appello ergendomi a paladino della democrazia italiana, e poi naturalmente rendere nota la mia adesione al mio democratico pubblico, e infine raggiungere il mio vero scopo, che è quello di fare la conta di chi ha democraticamente aderito al mio appello, e di chi invece ha scelto di non aderire, e così avere il pretesto per insultare questi ultimi a sangue come traditori della democrazia da me incarnata; dovessi fare tutto ciò, o anche solo una parte, autorizzo fin d'ora i lettori di questo blog a mozzarmi la mano destra.

(Offerta non cumulabile e non valevole per i due o tre appelli già firmati, dato che non ero celebre e che non ricordo più nemmeno cosa fossero, giurin giuretta)

"Buona domenica"

Venerdì sera, un collega dell'amministrazione incontrato per caso in ascensore mi ha salutato con un inaspettato "Buona domenica". Inaspettato e piacevole, perché nel mondo dei pubblicitari fighetti milanesi il saluto ufficiale del venerdì è "Buon week-end", o "Buon fine settimana", o peggio ancora "Buon fine" o l'odiosissimo "Buon week". Gli dico con ammirazione: "Ormai sei rimasto solo tu a dire 'buona domenica'". E lui: "E perché, gli altri cosa dicono?" Beato te, penso, il fatto di lavorare in amministrazione ti preserva dal contatto col fighettume. Gli sciorino i saluti più in voga, e lui, allontanandosi tra gli ombrelli, mi lascia con un: "No no, la domenica è importante. E' un giorno diverso". Un giorno diverso.

Andando alla fermata del tram, rimugino. Penso che se Dio avesse fatto il week end, invece di riposare solo il settimo giorno, oggi non esisterebbero né gli animali terrestri né gli uomini, creati il sesto giorno. Inoltre, al Signore, al Dominus, sarebbero dedicati non uno ma due giorni (ma da chi, poi, dalle piante, dai pesci del mare e dagli uccelli del cielo?): Domenica 1 e Domenica 2. (Se Silvio sente questa di Domenica 2 mi sa che ci fa una pensata: si fa subito un auto-decreto legge ad personam divinam!!)

Poi, grazie anche all'aria fresca e alla pioggerellina, mi avventuro in un altro pensiero, un embrione di idea filosofica. Il riposo è, per il creatore, il completamento della creazione. Non, quindi, un elemento alieno, inessenziale, accessorio. E' il necessario completamento. Fa parte dell'atto creativo, ne è anzi il culmine. La Bibbia supporta questa idea. Dice infatti Genesi 2:2:

"Il settimo giorno, Dio compì l'opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno da tutta l'opera che aveva fatta." 

Come si vede, il riposo compare in duplice veste: da una parte è qualcosa di diverso dal lavoro (si riposò DA), ma dall'altra è anche profondamente inerente (compimento): "Il settimo giorno Dio compì l'opera". Il settimo, non il sesto.

Ah, se il mio Ratzinger leggesse il mio blog…