Io c'ero, lui c'era, la libertàpure

berluscaEbbene sì, domenica c’ero anch’io al discorso di Berlusconi alla Festa della Libertà di Milano. A pranzo salamella, molto buona benché priva del know-how delle vecchie feste dell’Unità. Saltino a casa a depositare la moglie febbricitante e alla 18 ero di nuovo lì, pronto all’incontro fatale. Sapete, a furia di sentirne tante sulla Videocrazia, sul potere fascista dell’immagine, sul Drive-in come origine di tutti i mali d’Italia, mi ero quasi convinto che Berlusconi stesso non esistesse, se non come maligna entità metafisica. Invece Egli esiste eccome, in carne e ossa. Arriva, inizia a parlare. Per mezz’ora rimango eroicamente in piedi, in bilico sul bordo di un vaso di cemento pieno d’acqua piovana. Poi però, stremato, mi devo sedere e dargli perfino le spalle! Ma intanto, guardandolo e ascoltandolo, ho finalmente capito con la massima chiarezza che cosa ha davvero fatto in questi ultimi 15-20 anni quell’ometto carismatico la cui immagine viene ripresa e rimandata da due maxi-schermi alla destra e alla sinsitra del palco: ha parlato di libertà al popolo. Tutto qui? Beh, no, c’è anche dell’altro, in verità, ma lui si è scelto la sua parola, e certe parole ti si attaccano addosso, prendono la tua forma, ti plasmano, ti seguono per sempre come un destino. "Libertà": come suona strana e potente, questa parola. Filosoficamente parlando, il punto cruciale del discorso è stato quando ha detto che l’Italia si divide tra quelli che considerano la libertà un diritto gentilmente concesso dall’onnipotente burocrazia dello Stato e coloro che, invece, credono che la libertà sia congenita all’uomo, un diritto naturale che nessuno ci può né dare né togliere. Sta in questa particolare sensibilità, percepibile a pelle, istintivamente, uno dei punti chiave dell’adesione o della repulsione per l’uomo pubblico Berlusconi. Sta qui l’origine dell’incomunicabilità tra chi aderisce a quell’idolatria feticista per il dettato costituzionale e chi invece si riconosce in quella vena liberale, anarcoide, popolare, laboriosa, vagamente paternalista, un po’ brianzola e un po’ texana, per cui qualsiasi pezzo di carta viene dopo la stretta di mano tra gli uomini che ci scrivono sopra. Tra chi si compiace nel dare altisonanti lezioni di democrazia e chi invece vive la democrazia come un semplice abito da lavoro. Troppo enfatico? Troppo ingenuo? Troppo americano? Probabilmente, troppo moderno.

Superlativo liberatorio

di-pietro_3Da garantista, sono rimasto folgorato da una dichiarazione di Tonino sull’inchiesta pubblicata da MicroMega sui politici dell’IdV, che ha rivelato alcune incongruenze tra la santissima moralità sbandierata e la cruda realtà dei fatti (ci sarebbe da dire che questa guerra tra puri per aggiudicarsi il trofeo di Purissimo è meravigliosa, ma sorvolerò). Per esempio c’è questo suo candidato Porfidia. Dice Di Pietro: "è indagato per un banalissimo abuso di quand’era sindaco". Ora, non so chi sia Porfidia e non mi interessa. Non so che abuso avrebbe compiuto né mi interessa. Mi interessa solo quell’aggettivo: "banalissimo". Finalmante l’ha detto. Risentiamolo: "banalissimo". Superlativo liberatorio. Dunque, anche per Di Pietro un abuso può essere "banalissimo". Dunque, per il nostro questurino è ammessa la possibilità che un politico non abbia le stimmate e tuttavia possa continuare a fare politica. E’ un primo passo. Avanti così, e tra un po’ anche Tonino sarà un politico presentabile.

"la Repubblica": da stella polare a stella cadente

Eugenio ScalfariEugenio Scalfari prima che diventasse "la statua di se stesso" (G. Pansa).

I dati sono dati: tra luglio 2008 e giugno 2009, il quotidiano "la Repubblica" ha perso il 17,3% (più di 100.000 copie) rispetto all’anno precedente (dati pubblicati oggi su Pubblico Today, fonte: Ads, Accertamento Diffusione Stampa). Il Corriere, primo per diffusione, ha perso anche lui, ma ha perso meno, sia in assoluto sia in percentuale (80.000 copie, il 10,7%). La Stampa tiene. Avvenire, invece, ha addirittura guadagnato un paio di punticini. Il Giornale e Libero perdono percentualmente quanto il Corriere. Il Foglio, non pervenuto. Giusto ieri, colto da un impulso irresistibile, leggevo ampi brani del bel libro "Il revisionista" di Giampaolo Pansa (RIzzoli), dove si racconta, tra le altre cose, l’elettrizzante avventura del quotidiano fondato nel gennaio del 1976 da Eugenio Scalfari. Il sogno di Barbapapà – come lo chiamavano in redazione – era far diventare la sua creatura il primo quotidiano d’Italia. Ce l’ha fatta. Dal momento dell’apogeo, tuttavia, le cose sono molto cambiate. Malgrado le omelie domenicali di Barbapapà, infatti, e malgrado ci sia al governo del paese il Gran Nemico – cosa che dovrebbe far vendere molte più copie alla bibbia dei Buoni e dei Giusti – il secondo quotidiano d’Italia perde copie. Perde sangue, molto sangue, una vera emorragia. Certo, i dati si riferiscono a prima della svolta gossip di quest’estate, che gli avrà fatto guadagnare qualche copietta in più. Ma l’emorragia c’è e rimane. La vera domanda è: perché la gente molla la Repubblica? E’ fin troppo facile immaginare la risposta di Repubblica stessa: gli italiani ormai sono totalmente rimbecilliti dalle tv di Berlusconi. Per Pansa, invece, e per chiunque abbia un minimo di spirito di osservazione, la spiegazione è un’altra: Repubblica non è più interessante, non è più sorprendente. E’ monocorde, scrivono tutti lo stesso articolo. E’ la perfetta incarnazione del pensiero unico. Da spina nel fianco del Pci – come fu alle origini – che sognava di imporre la sua linea politica alla sinistra italiana, a giornale-partito che impone la sua linea e la sua agenda solo a un manipolo di politici smarriti, veri e propri naufraghi rimasti privi di tutto: idee, ideologia, riferimenti culturali. E’ triste la traiettoria da stella polare a stella cadente. Ma noi osservatori smaliziati ci sentiamo di consolare la redazione. Dai ragazzi, non è colpa vostra: anche l’Impero Sovietico – ideologicamente meno compatto di Repubblica – è caduto.

Quel bimbetto biondo col berretto della Folgore

simone-folgoreIeri tutte le prime pagine dei giornali erano per quel bimbo biondo, figlio di uno dei caduti italiani, che ha salutato il ritorno in patria della salma del padre in mezzo ai parenti, ai colleghi e alle autorità, indossando il berretto della Folgore. Un’immagine dalla grandissima potenza simbolica, nel suo evocare la continuità tra la vita e la morte, tra il dovere e l’amore, tra la guerra e l’innocenza: quel tacito patto naturale che lega tra loro le generazioni e che Edmund Burke sintetizzò così: "I figli sono innanzitutto eredi". Difficilmente ci scorderemo di quel bimbo col berretto.

Pubblicata ieri, 21 settembre, sull’Hyde Park Corner del Foglio (qui)

Mammina, i cristiani mi hanno fatto la bua!

Dopo aver sentito per anni e anni ripetere una solenne stronzata, mi è venuta voglia di ribattere. La stronzata è che, nel fare politica, i cristiani vorrebbero imporre qualcosa a chi non è cristiano, mentre chi non è cristiano non vuole imporre nulla a nessuno, nemmeno ai cristiani. Questa stronzata viene diffusa a destra e a manca dai moderni laici ostili al pensiero cristiano – tra cui spiccano tanti atei -, allo scopo di inibire la partecipazione dei cristiani alla politica. Il brutto è che troppe persone, stordite da un’educazione di stampo illuminista, razionalista, scientista, fanno fatica a pensare lucidamente alla questione e a ribattere con efficacia. In realtà, basta guardare agli ultimi decenni di storia per vedere che la verità è ben diversa: in democrazia, qualunque forza politica riesca a far votare una legge o vinca un referendum su leggi di ambito "eticamente sensibile" sta, di fatto, imponendo la propria influenza sull’intera società, quindi anche sulla parte di società che non si riconosce in quelle idee. Facciamo un esempio che mi pare lampante: il divorzio. Legalizzare il divorzio non è stata sicuramente una battaglia di origine cristiana né tantomeno vaticana. Ebbene, c’è qualcuno che può negare che dopo l’entrata in vigore di quella legge l’intera società italiana sia molto cambiata? C’è qualcuno che può negare che, per fare un solo esempio, per un educatore cristiano (famiglia o scuola), sia diventato molto più difficile spiegare a un bambino che divorziare è male? Infatti – se guardiamo dalla prospettiva di un bambino – se la legge consente una cosa, come fa quella cosa a essere un male? Ecco dimostrato che qualunque legge che coinvolga temi "eticamente sensibili" impone un cambiamento all’intera società, e dunque anche alla vita di chi non l’ha voluta, cristiani compresi. Di conseguenza, il piagnisteo anti-cristiano è ridicolo. Una volta dimostrato questo, la domanda diventa un’altra: perché mai non dovrebbe essere consentito ai cristiani di portare avanti le proprie idee, proponendole alla società, difendendole in politica, con la stessa identica legittimità di un ateo o di un agnostico?

Upgrade 21 settembre: Segnalo due feroci dibattiti in corso a cui ho partecipato. Da reginadistracci (qui) e da licenziamento (qui).