Decoro

vita_bassaUna parola che suona antica, un concetto fuori moda, relegato in soffitta con i mutandoni del nonno. Non è facile studiarne i contorni, per uno come me, nato in Italia dopo il sessantotto e abituato all’informalità sia tra amici, sia tra parenti, sia nel lavoro. Ho iniziato a rifletterci sopra solo grazie a mia suocera – non tutto il male vien per nuocere! – una delle poche persone che conosco a usarla e a caricarla di significato. Il decoro – o la sua mancanza – è una delle cifre che segnano la nostra appartenenza alla famiglia e alla società. Fa parte del nostro stile. Nell’epoca della massificazione, una certa pedagogia molto poco sensibile alle questioni di stile ha esaltato i valori della schiettezza, della naturalità, dell’autenticità. Un segno distintivo rispetto alla precedente epoca "borghese", rea di avere ereditato i peggiori vizi dell’epoca aristocratica, dove la forma trionfava sulla sostanza, dove l’ipocrisia schiacciava la vera natura umana. Un atto culturale vissuto come liberatorio e accompagnato dal gusto della trasgressione. C’è del vero in questa visione delle cose, ma ormai si è arrivati all’eccesso opposto e sarebbe dunque ora di riparlarne. Tanto più che ormai la trasgressione è diventata il vero conformismo, scadendo così nel ridicolo. La città è un pullulare di brutture di ogni tipo: smutandati con pantaloni a vita bassa, truppe ciabattate, ombelichi al vento, mode varie come il pareo, ma anche graffiti su palazzi e monumenti storici, strade piene di ragazzini e ragazzine schiamazzanti, ubriachi o peggio, pisciate agli angoli delle strade… un vero schifo. E questa degenerazione non è solo "esteriorità", compensata magari da rapporti più consapevoli e più veri, come potevano sognare i nostri pedagoghi. E’ invece il simbolo di ciò che accade in profondità dentro gli individui e dentro le loro relazioni familiari e sociali. Siamo sicuri che il decoro debba rimanere in soffitta?

Due cosette politiche sul Berlusca

berlusca+papa1Mentre impazzano certe intercettazioni che violano la privacy e che vengono illegalmente pubblicate dagli idolatri della legge (strano, eh?), mi piace ricordare un paio di meriti politici del mio Berlusca. Perché gli scandaletti passano, ma la politica resta.

Primo: avere legittimato una volta per tutte la destra in Italia. Una legittimazione avvenuta nelle urne, e quindi politicamente, ma che piano piano si sta estendendo anche alla cultura. Una bella iniezione di vera democrazia per l’Italia e per la sua cultura, che aiuterà a liberarci da un pluridecennale immobilismo.

Secondo: avere facilitato il riavvicinamento tra Obama e Putin. Sì, a questo sono servite quelle pacche sulle spalle che possono scandalizzare solo le raffinate sensibilità liberal. A noi insensibili e privi di gusto, invece, interessano di più i fatti.

E le gaffes, e le veline, e le escort? Mettiamole pure sul piatto della bilancia, tutte queste cose che, malgrado il bavaglio sull’informazione, tutti sanno e tutti vedono. Su un piatto le gaffes etc, sull’altro piatto la politica, quella vera, quella pesante, quella che resta. Ciascuno scelga secondo i suoi gusti e le sue priorità.

Il popolo di Grillo – Il commento definitivo

Massimo Gramellini sulla Stampa:

[Grillo è] l’ideologo di una piccola minoranza che si sente il centro buono del mondo: la classica malattia dei drogati di Internet che sopravvalutano la Rete, sovrapponendo la vita che scorre lì dentro a quella reale.

Da rileggere con calma, soppesando ogni singola parola.

"Vita e destino". Un grande romanzo / ultimo post

Prendere parte alla battaglia decisiva per le sorti della Patria era una gioia, una felicità. Ma ergersi di fronte alla morte senza fuggirla, anzi correndole incontro, era tremendo, straziante. Tanto quanto morire giovani. Vivere, vivere! Non c’è desiderio più forte, al mondo, del voler conservare una giovane vita poco vissuta. E non è un pensiero, quel desiderio, è più forte dei pensieri. E’ nel respiro, nelle narici, negli occhi, nei muscoli e nell’emoglobina del sangue, avida di ossigeno. E’ talmente grande, quel desiderio, poderoso, che non ha paragoni possibili, che non lo si può misurare. Si ha paura prima di un attacco. Tanta paura.
(…)
Esiste un diritto superiore a quello di mandare a morire senza pensarci due volte. E’ il diritto di pensarci due volte prima di mandare qualcuno a morire.
E Novikov lo esercitò.

(pagg. 615-616)

Mi sono reso conto che ho preso solo stralci poetico-filosofici, penalizzando i tanti altri tesori presenti in questo libro. Forse perché gli altri, per essere apprezzati, necessiterebbero di citazioni ancora più lunghe.

Qui gli altri post.

"Vita e destino". Un grande romanzo / 4

Quando l’uomo muore passa dal mondo della libertà al regno della schiavitù. La vita è libertà, e la morte la cancella progressivamente, la libertà. La prima a offuscarsi è la coscienza, che poi si spegne del tutto; in un organismo incosciente i processi vitali continuano ancora per qualche tempo: il sangue circola, i polmoni funzionano, il metabolismo non si ferma. Ma è comunque un movimento irreversibile verso la schiavitù: la coscienza si è spenta e con essa si è spento anche il fuoco della libertà.
Le stelle nel cielo si sono smorzate, la Via Lattea è scomparsa, si è spento il sole, si sono spenti Venere, Marte, Giove, si sono fermati gli oceani, si è fermato il vento e con lui milioni di foglie, i fiori hanno perso colore e odore, niente più grano, niente più acqua, niente più aria fredda e calda. L’Univero dentro l’uomo ha smesso di esistere. Un Universo che somiglia incredibilmente all’Universo al di fuori dell’uomo. E che somiglia incredibilmente all’Universo che continua a riflettersi in milioni di teste ancoravive. Un Universo incredibile, perché capace di distinguere il rumore del suo oceano, l’odore dei suoi fiori, il fruscio delle sue foglie, le venature dei suoi graniti e la tristezza dei suoi campi in autunno da ogni altro Universo fra quanti sono esistiti ed esistono in ogni uomo, e dall’Universo eterno al di fuori dell’uomo. La sua irripetibilità, la sua unicità sono l’anima di ogni singola vita, sono la libertà. Il riflesso dell’Universo nella coscienza umana è alla base della forza dell’uomo, ma la vita diventa felicità, libertà, valore supremo solo quando l’uomo esiste come mondo che mai potrà ripetersi nell’infinità del tempo. Solo quando riconosce negli altri ciò che ha già colto dentro di sé l’uomo assapora la gioia della libertà e della bontà.

(pagg. 529-530)

Qui altri miei post sul tema.

"Vita e destino". Un grande romanzo / 3

Chi è in lager, chi è in prigione, chi dalle prigioni è uscito e chi va incontro alla morte conosce bene la forza della musica.
Nessuno la sente come chi ha provato il lager e la prigione o sta andando a morire.
Quando sfiora un morituro, la musica non risveglia in lui pensieri o speranze, ma il miracolo cieco e straziante della vita. Un singhiozzo scosse la colonna. Tutto era cambiato, e ciò che era disperso – la casa, il mondo, l’infanzia, il viaggio, il rumore delle ruote, la sete, la paura, quella città spuntata dalla nebbia, quel bagliore rosso, fosco – tornava a ricomporsi di colpo, e non nella memoria né in un quadro, ma nella sensazione cieca, calda e struggente di una vita vissuta. Nel bagliore dei forni, sullo spiazzo del lager, capirono tutti che la vita è più bella della felicità, che è anche dolore. Che la libertà non è soltanto un bene. Che è difficile, la libertà, e a volte persino amara: è la vita.

(pagg. 514-515)

Qui altri miei post sul tema.

Intercettazione

grillo-dipietroTonino: "Peppe, ma la vuoi fare una bella cosa per Tonino tuo?"
Beppe: "Che cosa?"
Tonino: "La vuoi fare, sì o no?"
Beppe: "Prima dimmela, che intanto la faccio esaminare dai miei legali".
Tonino: "E perché, non ti fidi di me, non ti fidi di Tonino tuo?"
Beppe: "Sì sì, di te mi fido, ma tanto i legali li pago lo stesso, quei sanguisughe, quindi che lavorino!"
Tonino: "E c’hai raggione, c’hai".
Beppe: "Dimmi, di che si tratta?"
Tonino: "Peppe, tu ti devi candidare per me. Vedrai che sfondiamo il 10%. Ma cosa dico il 10, il 20% facciamo io e te!!"
Beppe: "E a me che cosa me ne viene?"
Tonino: "Un bel seggio a Montecitorio, garantito. Che, per caso, ti fa schifo nu seggio?"
Beppe: (rumori indistinguibili).
Tonino: "Uè Pè, stai a ridere di me? Di Tonino tuo?"
Beppe: "No è che… è che pensavo… hahaha… e se mi candidassi per qualcun altro?"
Tonino: "E per chi? Per Berlusconi? Quello mica ti prende. Le tue cosce c’hanno troppi peli per i suoi gusti, non so se mi spiego".
Beppe: "E per il Pd?"
Tonino: "Ma che, sei diventato scemo? Mi vuoi rubbare voti a me? Guarda che io ti rovino, hai capito??"
Beppe: "Belìn, stai calmo, usa il cervello. Io intanto comincio a dichiarare che mi candido".
Tonino: "Ma poi non è che lo fai veramente, eh?"
Beppe: "Non è quello l’importante. Seguimi. Io dichiaro che mi candido. A quel punto loro hanno due sole scelte: o accettano la candidatura o la rifiutano. Se la accettano io prendo un po’ di voti e gli sfascio tutto dall’interno. Se non la accettano, meglio ancora, perché dimostrano di non essere democratici".
Tonino: "Peppe, sei nu fenomeno! Già mi vedo in piazza a gridare che il Piddì sono una dittatura!! Così mi porti più vantaggio che se ti candidi con me".
Beppe: "Mi fa piacere che l’hai capito. Quanto mi dai?"
Tonino: "Scusa Peppe, sento dei disturbi… probbabbilmente il nemico ci ascolta".
Beppe: "Ma quali disturbi, io non sento niente".
Tonino: "Come dici? Sto sulla Maiella, qua non c’è campo, ci sentiamo amico mio!"
Beppe: "Ma vaffanculo, và".