Quel divino e umano buonumore

ratzinger-belkaE’ raro, per me, essere di buonumore. Capita in certe mattine speciali, di quelle che sembrano avere la primavera dentro. Soprattutto se ho mia moglie al mio fianco. Se lasciato a lungo a me stesso, invece, tendo a navigare nel cattivo umore, con punte di cupezza, di ansia, di ira. Non sono proprio quel che si dice un cuor contento. E’ anche per questo, credo, che mi ha molto colpito l’accento posto ripetutamente da Giuliano Ferrara sulle considerazioni di Joseph Ratzinger sul buonumore. Ma come? Usciamo dal Novecento, il secolo dei totalitarismi, dello sfruttamento capitalistico dell’uomo sull’uomo, della devastazione dell’ambiente, viviamo sotto la minaccia del terrorismo islamico, e questo si mette a ciarlare di buonumore? Un po’ di serietà! Che c’entra il buonumore con la religione, con la poltica, con l’economia, con le cose serie, appunto? Eppure. Non ha San Francesco messo la "perfecta laetitia" della croce nella sua "regola"? E non è, il buonumore, la cosa più lontana dalla cupezza che chiunque di noi spontaneamente associa alla vita sotto il totalitarismo? Chi è di buonumore non ha paura. Ha vinto dentro di sé la paura, il vero strumento dell’oppressione totalitaria. Il buonumore è un segno di rottura tanto fragile quanto potente. Un segno di speranza. "Una risata vi seppellirà", era il celebre slogan dissacratorio (rubato) dei sessantottini. Un semplice sorriso, allora, forse può aiutarci a risorgere.

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