Fabio Fazio: la mozzarella che imparò a ruggire

fabio-fazioIeri sera, da Fazio, il ministro per i Beni Culturali Sandro Bondi le ha prese di brutto. Ma ha fatto anche un miracolo: far sembrare una mozzarella un leone. Com’è successo? Forse il ministro si è fatto abbindolare dall’atteggiamento che Fazio tiene con tutti gli altri suoi ospiti. Sempre compiacente, accondiscendente, ammiccante, mai una domanda scomoda, mai un appunto velenoso: un invertebrato in adorazione, una mozzarella in deliquio (tanto per citare il post precedente, lui a uno come Gregotti non si sogna nemmeno di fare domande come quelle di Lucci). Ma gli altri ospiti sono amici suoi, compagni d’arme, gente superiore come lui. Bondi no. E doveva saperlo. E invece.

Ieri sera ho sofferto per lui. Come sapranno i lettori più affezionati di questo blog, io sono un estimatore e sostenitore del ministro Sandro Bondi. Mi piacciono le sue idee sulla cultura e mi piace il suo modo di porsi. Ma ieri ho capito che in molte occasioni è sbagliato. Bondi, purtroppo per lui, non è La Russa, che ti interrompe, ti parla sopra, ti deride. La Russa ieri non avrebbe sfigurato. Invece Bondi si è fatto interrompere, si è lasciato prevaricare, ha permesso che l’astuta mozzarella tirasse fuori gli artigli e mostrasse apertamente tutto il suo disprezzo. In particolare, sulla questione comunismo.

Questione delicata, su cui occorre essere chiari. La verità è che oggi in Italia il comunismo non c’è più, si è eclissato, e il Berlusca ha sbagliato a evocarlo tanto nel suo discorso inaugurale del PdL. La dottrina che altrove ha portato a disastrose rivoluzioni e terrificanti dittature è esaurita. Da tempo ormai il PCI ispira nostalgia solo a un manipolo di politici fuori dal mondo e ai loro sparuti elettori. Ma c’è anche un’altra verità: del comunismo è rimasto ben vivo un aspetto: il settarismo. Solo diventando una setta*, infatti, il comunismo riuscì a sopravvivere tanto a lungo in Italia. Una setta mediatica, universitaria, artistica, culturale. Una setta in cui si entrava per cooptazione, per “affinità spirituale”. La setta è sopravvissuta alla fine del partito e della dottrina, e i suoi adepti si sono piegati chi al conformismo, chi al nulla. Bondi avrebbe dovuto tirare fuori tutti i santini di tutti i presentatori di prima fascia e fare questa domanda: “Com’è possibile che siate tutti, ma proprio tutti, di sinistra, anti-berlusconiani, anti-Bush, pro-Obama, anti-Israele, filo-palestinesi, terzomondisti, ambientalisti, pauperisti, pro-aborto, pro-eutanasia? Tutti ma tutti ma tutti. Tutti liberi pensatori, eppure tutti con la stessa opinione su qualsiasi cosa. Ma non vi suona strano?”

No che non gli suona strano. All’adepto, la setta non suona strana, anzi. La setta è la sua forza. Solo una setta, con le sue regole ferree di solidarietà reciproca tra gli adepti, può dare a una mozzarella di presentatore tv la forza di ridicolizzare impunemente un ministro della Repubblica.

*Upgrade 31 marzo: il termine “setta” può evocare un’organizzazione strutturata, tipo massoneria o simili, con codice scritto, gerarchie, riunioni, parole d’ordine etc. Non è così. In realtà gli affiliati devono superare solo una prova orale: esibire un convincente conato di vomito al solo udire parole come “Bush”, “Berlusconi”, “Ratzinger”…

Il brutto è immorale / 1

zenUna via del quartiere Zen di Palermo… o di Varsavia?

Lucci delle Iene intervista il celebre architetto Vittorio Gregotti, colpevole di aver costruito negli anni 60 uno dei più grandi orrori degli ultimi 50 anni in Italia: il quartiere Zen di Palermo. Orrore è dir poco, ma c’è di peggio. C’è la faccia tosta di Gregotti a rendere tutto ancora più insopportabile. Da sottolineare i seguenti passaggi: “Io lo trovo bellissimo”, dice il geniale architetto. Il che ci fa subito capire che razza di artista abbiamo di fronte. Fantastico anche quando si rifugia in un penoso relativismo: “Bello è una parola che non vuol dire niente, assolutamente niente”. Niente, eh? Eppure lui vive in una casa bella, molto bella. E mi ci gioco le palle che l’ha scelta proprio perché è bella. Una casa indiscutibilmente, universalmente bella. Tra i poveri abitanti del quartiere Zen non ce n’è uno che non la troverebbe bella. Invece il loro quartiere lo trovano brutto, anzi schifoso. È mai possibile che a Gregotti sfugga la differenza tra casa sua e il quartiere da lui progettato? No che non gli sfugge. Infatti alla domanda “ma lei ci vivrebbe?”, l’ineffabile genio risponde “Non faccio il proletario, faccio l’architetto”. Morale: per Gregotti i proletari non meritano il bello.

Cliccare qui per vedere l’intervista. Gustatevela, è molto bella. Anzi, schifosa.

Il Papa e il sesso tribale degli occidentali

Africa Photos 284Anche in Africa, l’Europa si porta dietro il suo tramonto.

Che cos’ha detto di tanto grave il Papa da suscitare reazioni tanto sdegnate in tutta Europa? Tanto sdegnate quanto patetiche, direi. (Una piccola discussione dagli esiti avvilenti a cui ho partecipato la trovate sul blog di Ernesto).
Ascoltiamo direttamente le parole del Papa:

Se non c’è l’anima, se gli africani non si aiutano, non si può risolvere il flagello con la distribuzione di profilattici: al contrario, il rischio è di aumentare il problema. La soluzione può trovarsi solo in un duplice impegno: il primo, una umanizzazione della sessualità, cioè un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi l’uno con l’altro, e secondo, una vera amicizia anche e soprattutto con le persone sofferenti, la disponibilità, anche con sacrifici, con rinunce personali, a essere con i sofferenti.

Mostruoso, eh? Forse nemmeno Hitler era mai arrivato a tali livelli di malvagità. Ma vediamo innanzitutto perché il Papa critica l’uso del preservativo come soluzione all’AIDS. La risposta è nell’idea cristiana di sesso e di amore. Nella sua enciclica Deus caritas est, Benedetto XVI offre al mondo il modello che prevede la continuità tra il sesso e l’amore all’interno del matrimonio. Un modello valido tanto per noi occidentali quanto per l’Africa. Un modello che, in quanto modello, subirà inevitabili aggiustamenti nella sua attuazione pratica. Aggiustamenti che riguardano la natura umana, che non è la stessa degli angeli, come sa qualsiasi persona di buon senso.

Ora veniamo all’AIDS e alla soluzione proposta dal Papa. Che significa l’espressione “umanizzazione della sessualità”? Il Papa sa quello che sappiamo tutti, e cioè che la diffusione della malattia in Africa è legata ai comportamenti sessuali disordinati. Ciò che lui propone, dunque, è di portare la sfera sessuale umana nel campo che le compete, e cioè quello dell’uomo. Della natura umana. Ora la domanda diventa: ma perché è necessario ribadire l’ovvio? Semplice: perché la concezione della sessualità che l’evoluto occidente si porta dietro, quando va in Africa a salvare i malati di AIDS, ha ben poco di umano e tanto di animalesco, di osceno, di tribale. È perfetta per una civiltà al tramonto. Essa si appoggia su materialismo e darwinismo, e può essere riassunta un po’ grezzamente così: Darwin dice che siamo animali? E allora comportiamoci come tali, altrimenti saremo infelici.

Ma sono veramente solo animali gli occidentali e gli africani? E cioè: il sesso è davvero senza significato? La vita stessa è davvero così insensata? Il Papa osa ricordarci che la verità è un’altra. Nella natura umana è compresa l’anima. “Se non c’è l’anima”, dice infatti all’inizio della mia citazione. E anima vuol dire libertà di scelta. Vuol dire virtù, oltre che vizio. E tra le virtù, la continenza e la solidarietà. Continenza sessuale. Solidarietà con i malati. Tanto per noi quanto per gli africani. In mancanza di questo, il profilattico non è risolutivo. Anzi, può diventare un incitamento a continuare a fare ciò che si vuole. Tanto c’è il profilattico, chissenefrega!

Sfido chiunque a negare che la continenza e la solidarietà siano armi efficaci contro flagelli come l’AIDS, in Africa come in occidente. Peccato che tanta gente liquidi tali discorsi come moralismo o peggio. Il loro odio per il Papa è tanto forte quanto patetico. Ma che altro ci si può aspettare dalle bestie? In senso darwiniano, naturalmente.

Gran Torino: gran bel film

clintTitolo strano, pellicola molto bella.
Clint Eastwood è un vecchio incattivito alle prese con immigrati orientali.

Dopo aver guardato un bel film, per di più con un titolo di sapore italiano, non posso non pensare a come sarebbe andata a finire se lo stesso tema fosse stato affidato a uno sceneggiatore nostrano.
Ecco un ipotetico dialogo tra Sceneggiatore di Grido (SdG), rigorosamente romano, e Produttore Alternativo Affermato (PAA), anche lui, guarda caso, romano.

SdG: Mi dicevi che stai cercando una storia di immigrati.
PAA: Sì, qualcosa di non retorico, eh.
SdG: La vuoi tipo il Bossi? Li prenderemo a cannonate!!
PAA: Ha ha, sì sì.
SdG: Perché la Padaniaaa.
PAA: Molto divertente, davvero. Però adesso parliamo seriamente, che c’ho un aereo tra due ore e con sto traffico…
SdG: Non me ne parlare, stamattina per arrivare qua…
PAA: Immagino che ti dovrai documentare.
SdG: Documentare? Ma per chi mi hai preso? Io sono un artista. Se volevi un impiegato dovevi andare alle poste.
PAA: Scusa non volevo…
SdG: Io certe cose le sento. Mi basta guardare come la gente li schifa agli extracomunitari. Come se non fossero esseri umani.
PAA: C’hai ragione.
SdG: Solo perché c’hanno il colore della pelle diverso dal nostro.
PAA: Vero.
SdG: Che poi a ben vedere, ieri eravamo noi italiani gli emigranti, e oggi ce ne siamo dimenticati.
PAA: Vedo che c’è sintonia tra noi, lo penso anch’io.
SdG: Allora senti se ti piace sto soggetto. Ci sta un vecchio imprenditore, diciamo del nord-est, magari di Varese.
PAA: Veramente Varese non sta nel nord-est…
SdG: Non mi interrompere il flusso di coscienza!
PAA: Scusa.
SdG: Insomma ci sta sto energumeno del nord-est tutto palestrato col tatuaggio del Duce…
PAA: Il tatuaggio mi piace… è molto visivo.
SdG: A un certo punto arrivano sti extracomunitari Rom col camper e si piazzano nel suo cortile, e cominciano a fare tutti sti cibi cinesi che puzzano di merda.
PAA: Che c’entrano i cibi cinesi coi Rom, scusa?
SdG: No, è che sotto casa mia ci stava sto ristorante cinese che mi faceva ste puzze a tutte le ore del giorno e della notte, non se ne poteva più.
PAA: Ah bello l’elemento autobiografico.
SdG: Bello un paio di palle! C’avevano certi brutti musi. Manco l’idioma conoscevano, sti zozzoni ignoranti!
PAA: Eh l’integrazione non è sempre facile.
SdG: Poi a un certo punto sono arrivati certi amici di mio cugino…
PAA: Ah, capisco, di tuo cugino.
SdG: Io quella notte non c’ero, eh. Stavo dalla ragazza mia ai Parioli. Gliel’ha detto pure lei ai Carabinieri, sta tutto nella deposizione con tanto di firma.
PAA: E che è successo?
SdG: Ma niente, due bombe e gli hanno bruciato tutto, involtini primavera compresi. Ma lo sai che sti involtini parevano meglio carbonizzati che cotti giusti?
PAA: E poi, l’hanno riaperto?
SdG: Ma de che? Sono scappati, quei cacasotto…
PAA: Capisco. Senti, il tuo soggetto me lo racconti un’altra volta, che mò vado di fretta.

Quel divino e umano buonumore

ratzinger-belkaE’ raro, per me, essere di buonumore. Capita in certe mattine speciali, di quelle che sembrano avere la primavera dentro. Soprattutto se ho mia moglie al mio fianco. Se lasciato a lungo a me stesso, invece, tendo a navigare nel cattivo umore, con punte di cupezza, di ansia, di ira. Non sono proprio quel che si dice un cuor contento. E’ anche per questo, credo, che mi ha molto colpito l’accento posto ripetutamente da Giuliano Ferrara sulle considerazioni di Joseph Ratzinger sul buonumore. Ma come? Usciamo dal Novecento, il secolo dei totalitarismi, dello sfruttamento capitalistico dell’uomo sull’uomo, della devastazione dell’ambiente, viviamo sotto la minaccia del terrorismo islamico, e questo si mette a ciarlare di buonumore? Un po’ di serietà! Che c’entra il buonumore con la religione, con la poltica, con l’economia, con le cose serie, appunto? Eppure. Non ha San Francesco messo la "perfecta laetitia" della croce nella sua "regola"? E non è, il buonumore, la cosa più lontana dalla cupezza che chiunque di noi spontaneamente associa alla vita sotto il totalitarismo? Chi è di buonumore non ha paura. Ha vinto dentro di sé la paura, il vero strumento dell’oppressione totalitaria. Il buonumore è un segno di rottura tanto fragile quanto potente. Un segno di speranza. "Una risata vi seppellirà", era il celebre slogan dissacratorio (rubato) dei sessantottini. Un semplice sorriso, allora, forse può aiutarci a risorgere.

Potenza materiale, prezzo spirituale

munch-scream-1893Se si sceglie un’automobile più potente, ci si deve preparare a pagare di più per la benzina. La civiltà occidentale ha scelto di aumentare indefinitamente la potenza materiale delle sue macchine – macchine per la procreazione, macchine per mantenere in vita, per esempio – ma coltiva l’illusione che questo fatto riguardi solo e soltanto la materia. Eppure i segni della sofferenza spirituale sono ovunque, per chi li sa leggere. Ebbene, vogliamo finalmente prendere atto che il prezzo della nostra potenza lo sta pagando lo spirito?