Hamas deve scomparire

gaza-womanIn mezzo alla morte e alla distruzione di queste ore a Gaza, l’unica consolazione è guardare avanti. Leggere i fenomeni presenti in un’ottica più ampia, partendo da alcuni fatti.
Il primo è che gli abitanti di Gaza cominciano finalmente a non poterne più di Hamas, l’organizzazione terroristica palestinese che da tempo tiene in ostaggio gli stessi palestinesi, suoi concittadini, suoi elettori e suoi affiliati a vario titolo. Hamas spara razzi contro Israele, uccidendo civili israeliani ed esponendo i civili palestinesi alla risposta militare israeliana. Spara razzi contro i convogli umanitari, quei pochi che ottengono il lasciapassare dopo difficili trattative con Israele. Impedisce ai feriti di farsi curare in Egitto.
Perché fa tutto ciò? Per non perdere potere.
Ma la gente di Gaza non è l’unica a non poterne più di Hamas. Ci sono anche i soliti Stati Uniti d’America, e questa volta c’è anche l’Unione Europea, che giorni fa per bocca di Sarkozy ha addirittura trovato il coraggio di chiedere che cessi il lancio di razzi contro Israele. Infine c’è l’Egitto. Segno che anche nel mondo arabo qualcosa si muove, e che il sistema di alleanze che fa capo agli USA non è del tutto inutile.
Dalla parte di Hamas invece c’è Hezbollah, organizzazione terroristica con base in Libano, che non vede l’ora di aggredire alle spalle Israele. Ma soprattutto c’è l’Iran di Ahmadinejad, che finanzia e arma i terroristi, e approfitta di ogni intervista su canali occidentali per diffondere il suo augurio di Natale: "Israele deve scomparire". E infine, come sempre, ci sono quei desolanti media occidentali tipo indymedia, la voce della feccia, capace di appoggiare Hamas con argomentazioni di ogni genere, una peggio dell’altra, e di indicare al pubblico ludibrio chi osa appoggiare Israele. Che Allah il misericordioso faccia scomparire loro, Hamas, Hezbollah e Ahmadinejad. O almeno li oscuri.

Qui c’è un bell’editoriale di Piero Ostellino.

Natale a casa Garzillo

Il_riposo_durante_la_fuga_in_EgittoCaravaggio, il riposo durante la fuga in Egitto

Domenica il mio bellissimo nipotino giocava con le statuine del mini-presepe, mini davvero, a casa mia, sotto gli occhi inteneriti di mamma, zii e nonni. Opera della mia alacre mogliettina. Gesù, Maria, Giuseppe. Ai loro piedi un foglio di cartoncino. Alle loro spalle, a simulare la grotta, una pietra cava contenente quarzo grezzo. Il mio contributo alla scenografia. Gabrielino prendeva in mano Giuseppe e diceva "Papà", prendeva Maria e diceva "Mamma". Poi, guidato da un istinto misterioso, li afferrava tutti e tre e tentava di infilarli a forza dentro la cavità, che però li conteneva a malapena. Visti i pericolosi esperimenti, ho dovuto allontanare e mettere fuori dalla sua portata l’unico elemento scenografico prima che andasse in pezzi. Ma Gabri non demordeva. Di tanto in tanto ripassava, rapiva le statuine rimaste orfane della loro casa e se le portava in giro per la stanza, le faceva rotolare sul tappeto, le infilava tra i cuscini del divano. La fuga in Egitto?
Buon Natale a tutti, ma in particolare a Gabrielino e a tutti i bambini del mondo.

Pietro Citati stronca Marcello Pera?

Cover_GRAE a me viene ancora più voglia di leggerlo.

La stroncatura da parte di un grande intellettuale non è una cosa bella. Quando però il grande intellettuale è anche un grandissimo trombone, la cosa si fa interessante. Ci dice che magari l’autore ha un’idea diversa della cultura, della religione, della teologia, del dibattito tra teologi e tra uomini di cultura. Un’idea più moderna, aggiornata di qualche millennio rispetto a quella in voga nei tempi antichi, a cui il pensiero del trombone si rivolge con palese nostalgia. Chissà, forse l’autore è anche uno che quando pensa all’uomo, alla società, al cristianesimo, all’islam, all’Europa, alla convivenza pacifica, non si accontenta più del melenso e inconcludente asserto "la soluzione è il dialogo, non i muri".
Ma vediamo brevemente alcune armi del vecchio trombone.
L’arroganza: "Marcello Pera ignora persino cosa sia una religione".
Il disprezzo: "Così può accadere che, in questi tempi, vengano casualmente pubblicati i libri di Marcello Pera".
La presunzione: "Cinquant’anni o sessant’anni fa, le chiese erano piene, ma quasi nessuno leggeva i Vangeli o San Paolo o Origene o sant’Agostino o Giovanni Scoto o Ildegarda di Bingen o san Bernardo, senza i quali non è facile dirsi cristiani".
In pratica, se non hai letto tomi filosofici in latino e se non sei capace di discuterne, sempre in latino, in un consesso di dotti, non puoi dirti cristiano.
"Signora, mi sa ripetere il secondo capoverso del De divina praedestinatione?"
"Ma lei chi è?"
"Sono Pietro Citati, e mi sono autoincaricato di decidere chi è cristiano e chi non lo è"
"Ma veramente io stavo solo andando ai vespri, e sono pure in ritardo"
"Sono spiacente, prima deve rispondere"
"Mi lasci passare"
"Non posso"
"Ma sua madre non le ha insegnato l’educazione?"
"Mia madre l’ho messa sulla ruota perché non aveva mai letto Ildegarda di Bingen"
La laica inquisizione.

Qui c’è la presentazione sul sito:
http://www.librimondadori.it/web/mondadori/scheda-libro?isbn=978880458831&autoreUUID=9b39e6d2-b7a6-11dd-bc6f-a9a8d5ec5ddd

Tex Willer e la frontiera tra bene e male

Tex_Willer_by_Aurelio_GalleppiniHa appena compiuto 60 anni la creatura dello sceneggiatore Gianluigi Bonelli e del disegnatore Aurelio Galleppini. Da buon appassionato non potevo nemmeno immaginare che esistesse qualcuno che non lo conoscesse. E invece quest'estate ho scoperto che quel qualcuno non solo esisteva ma mi dormiva accanto da lungo tempo: era mia moglie! Da allora però, fumetto dopo fumetto, ho visto nascere in lei la passione per le belle storie del ranger, del suo inseparabile "pard" Kit Carson da lui soprannominato "vecchio cammello" (e che a sua volta lo chiama scherzosamente "satanasso"), del figlio Kit e della tribù Navajo dove lo chiamano Aquila della Notte. Storie di torti da riparare, furti, rapine, truffe, contrabbando, rapimenti, omicidi, stragi, nell'avventurosa cornice del west in via di colonizzazione, da attraversare a cavallo, solitamente a tappe forzate e cercando di evitare pallottole vaganti che ti sibilano accanto facendo zing zing. Dalla frontiera col Messico alle miniere d'oro sulle Montagne Rocciose, la violenza è sempre parte integrante della scena, ma non c'è mai compiacimento. A fare da contraltare ai mille personaggi avidi e senza scrupoli che affollano le terre di frontiera c'è sempre il senso della giustizia, e il sentimento dell'amicizia e della fratellanza, che di sicuro non possono eliminare il male dalla faccia della terra, ma servono almeno a fissare un limite non oltrepassabile. C'è molto realismo ma mai cinismo gratuito. Non c'è una visione idealizzata né dei bianchi, i "visi pallidi", né dei pellerossa, protagonisti entrambi di atti di bontà o di malvagità. A dimostrazione che la vera frontiera con cui la nostra anima deve misurarsi non è quella razziale, che divide i bianchi dai pellerossa, gli americani dai nativi, bensì quella universale tra bene e male.

Il diritto di avere paura

pauraC’è una scuola di pensiero secondo cui la paura sarebbe costruita ad arte dal potere, allo scopo di tenerci sotto controllo. Il potere ti dice: io ti proteggo, ma tu devi piegarti alle mie regole autoritarie. La libertà in cambio della sicurezza. Ora, in questo pensiero un fondo di verità c’è, ma se applicato senza senso della realtà diventa fuorviante, ridicolo, ma soprattutto pericoloso.
Prendiamo due casi: il terrorismo islamico e la delinquenza Rom.

I terroristi islamici. Il senno suggerirebbe di diffondere a quante più persone possibile un quadro il più possibile completo: chi sono, cosa vogliono, come operano, dove operano, dove prendono i soldi, e magari anche i progetti futuri. Come si fa? Con l’intelligence e coi giornalisti, principalmente. Ora, l’intelligence per fortuna fa la sua parte, tenendo sott’occhio certi sant’uomini come quelli appena arrestati a Milano con l’accusa di voler compiere attentati sotto Natale. I giornalisti invece, a parte rare eccezioni quasi tutte operanti in zona Foglio Giornale Libero Panorama, no. A sentire tanti di Repubblica Espresso Unità Manifesto, il terrorismo è colpa nostra, l’islam è una religione di pace, Bush è uno stronzo, punto e basta. Ma se il vero nemico è Bush, una conseguenza è che bisogna concentrare l’attenzione su di lui e sulle sue malefatte, non sui terroristi, e chi invece continua ad avere paura dei terroristi è un po’ uno stupidotto, un ingenuo, un credulone.

La deliquenza Rom. L’altra sera è andato in onda un servizio delle Iene su un gruppo di Rom stanziati sul greto del fiume Reno. Il quadretto era stucchevole: bambini studiosi, famiglie felici, senso della comunità. Il messaggio era molto chiaro: i Rom sono tutti brava gente che si dà da fare, ma purtroppo hanno un problema, subiscono gli sgomberi della polizia. Ora, da un servizio del genere (ma anche dai commenti di certi dj tipo quelli di radio dj) si deduce che un Rom fa bene ad aver paura della polizia perché la polizia fa gli sgomberi (il perché li faccia è un dettaglio trascurabile), mentre un cittadino non fa bene ad aver paura di quei Rom che delinquono, perché i Rom che delinquono non esistono. Anche in questo caso, l’origine della paura dei Rom sarebbe una manipolazione, attuata da chi vuole farne dei capri espiatori. Voilà, ancora una volta, a dispetto delle statistiche, chi ha paura è uno stupido, uno sprovveduto.

Forse non ne avrò diritto, ma io ho paura dei terroristi islamici e ho paura anche di tutti i delinquenti, anche di quelli Rom.

Una bella storia

mucca305Di fronte a certe iniziative di solito sono il primo a non crederci. Che senso ha mandare una mucca in Africa? Cosa le danno da mangiare? Non è che se la mangiano loro? E invece… “Send a cow” fu la campagna promossa vent’anni fa dal Times di Londra, una campagna che va avanti tuttora. Grazie ai primi fondi raccolti fu mandata la prima mucca, “Tutti”, in questo villaggio dell’Uganda. Passo dopo passo, ne è nata una piccola, sana economia. Dalla mucca il latte sfamante, il concime concimante, e soprattutto un bel torello assatanato che ha ingravidato 236 amiche della mamma. Famiglia dopo famiglia, rimboccamento di maniche dopo rimboccamento di maniche, si è così formata una salda rete sociale. Visti i tempi di recessione, non è che magari ce la rimandano indietro?

Qui c’è l’articolo della Stampa che la segnalava a settembre.