Patria

eneaC’è un’idea di patria che trovo particolarmente affascinante e attuale. Se ne parla in un capitoletto del libro "Sillabario del nuovo millennio" di Stefano Zecchi, del 1993. Patria, per lui, non è un concetto sovrapponibile del tutto con quello di nazione né con quello di Stato. Patria è qualcosa di più, è la nostra origine. Dunque un luogo indefinibile, che ha delle determinazioni concrete, storiche, ma nello stesso tempo precede le suddivisioni politiche e istituzionali. Un luogo in cui "la terra (ma non quella delimitata dai confini di Stato), la tradizione culturale (ma non necessariamente quella in cui si riconosce la maggioranza della popolazione di una nazione), la lingua (ma non sempre quella ufficiale dello Stato) sono significati particolari che assumono un valore universale". E’ un’idea estremamente vitale e fruttuosa. Infatti permette di superare diverse insidie oggi ancora diffuse: il nazionalismo, cioè quell’idolatria della nazione che in Italia portò al fascismo; l’internazionalismo socialista, che una volta chiamava a raccolta i "proletari di tutto il mondo" e che oggi sopravvive stancamente a se stesso; il cosmopolitismo che sta omologando tutto, e che altro non è se non l’immagine del mercato finanziario globale; il razzismo; e infine quelle censure che ci impediscono di guardare con serenità al nostro passato, e che ingabbiano ancora il discorso pubblico tra fascismo e antifascismo, come se fossimo rimasti intrappolati nel 1950. Il riferimento culturale di questa idea di patria è la pietas del latino Cicerone, ma l’apertura è verso il futuro. "Solo quando impareremo ad amare il sentimento della pietas, ad assumere consapevolmente su di noi la Storia che ci ha determinati, la forte identità  patria ci consentirà di riconoscere come non nostra la terra degli altri. La pietas è rispetto e devozione per la terra dei padri – la nostra patria -, e rispetto e devozione per la terra che non è la nostra patria. Questo sentimento costruisce il solo e autentico cosmopolitismo, l’unica e possibile società multirazziale in cui l’individualità non viene minacciata, perché continua a conservare l’identità della propria origine".

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7 commenti su “Patria

  1. xunder ha detto:

    Ciao sono contento che tu parli di Patria. lo fai non a caso il giorno in cui festeggiamo le Forze Armate che sono un elemento di rappresentanza della forza di una Patria e in cui celebriamo la definitiva Unità d’Italia ovvero le terre irredente di Trento e Trieste tornavano alla “patria” italiana. purtroppo in nome di ideologie fallite nella storia e di pregiudizi storici non si dà peso al valore della patria. in questo non solo gli Usa e la Francia ma altre nazioni, sono un esempio.

  2. Non mi pare che il sentimento di “pietas” dei Romani sia qualcosa di oggi praticabile. La “pietas” romana era il culto dei padri inteso come venerazione delle origini della romanità (da cui il fatto che i Romani avessero fede nella “divinità della Repubblica”). Nella “pietas” era inclusa l’obbedienza verso il proprio padre (che, peraltro, aveva sui figli diritto di vita e di morte), verso i superiori, verso lo Stato; l’affetto fraterno verso gli amici (l’amicizia virile era un sentimento sacro per i Romani); ma anche l’obbligo morale di distruggere i propri nemici, di vendicarci di chi ha recato offesa, di sottomettere i popoli che, come dice Lucrezio, “non hanno avuto la fortuna di essere Romani”. Non mi pare che, nel ventunesimo secolo, una simile prospettiva abbia senso.

  3. vincenzillo ha detto:

    xunder, sì la circostanza non è casuale. Mi sono ricordato di quell’idea seguendo ieri sera la puntata di Porta a Porta sulla celebrazione di oggi.

    licenziamento, la pietas non implica per forza il ritorno (impossibile) a quel tipo di società. “Rispetto e devozione verso i propri parenti e la propria tradizione”, sono un obbligo morale, senza alcuna costrizione esteriore. Ciascun uomo conserverebbe il sentimento della propria origine, e saprebbe che anche per gli altri uomini quella è la cosa più importante. Questa per me è la reciprocità. Fermo restando che se non siamo ipocriti dobbiamo essere anche pronti a riconoscere i nemici di questa visione e a combatterli, dentro e fuori ciò che chiamiamo occidente.

  4. ernestoA ha detto:

    a proposito del 4 novembre, voglio segnalarvi di passaggio l’ultimo slittamento lessicale politically correct: dato che in Italia pronunciare la parola “vittoria” al di fuori del contesto sportivo equivale a scoreggiare al proprio matrimonio (né d’altra parte, visti i discorsi del pres. della Repubblica, si potevano ignorare le circostanze storiche) i tg, stretti tra le due pressanti esigenze, hanno optato per la geniale soluzione della FINE VITTORIOSA.

  5. vincenzillo ha detto:

    ernesto, il famoso genio italico non si smentisce mai!

  6. ivanferrari ha detto:

    Hola Vinz,
    perdona ma secondo me ci sono due cose che stonano nel tuo post che pure in gran parte apprezzo.. 🙂

    1. quei significati particolari che elenchi non penso proprio che possano diventare universali (e io spererei vivamente non lo diventino, anche se ci arriveremo alla brodaglia semi-unica), anzi se lo diventassero non potrebbero proprio – appunto – essere più anche particolari;
    2. l’identità della propria origine non ce l’ho nemmeno io Vinz, pur italiano; perchè oltre al fatto d’aver perennemente peregrinato, e forse avere un carattere apolide alla radice, sono nato in una città non patria, da genitori di origine diversa. Seppur entrambi italiani del nord. Indi? Vogliamo chiedere che concetto di patria può mai avere un altra persona con origini solo un pò più “mischiate”? Probabilmente (lo spero), l’avrà, ma non certo simile a quello che auspichi tu… Purtroppo o per fortuna.

    ao

  7. vincenzillo ha detto:

    hola ivan,
    1. “universale” non vuol dire “unico”, cioè una sola lingua, una sola nazione etc., perché in quel caso si avrebbe una triste replica del nazionalismo aggressivo di una Germania nazista, o il mondo ridotto a pura merce di scambio, secondo il modello dell’uomo apolide. Invece ti sottolineo un passaggio che può aiutare a capire ciò che da particolare dovrebbe diventare universale: “la forte identità patria ci consentirà di riconoscere come non nostra la terra degli altri”. Quindi: ciascuno avrebbe una propria terra e tutto il resto del mondo sarebbe terra di altri, meritevole dello stesso rispetto in quanto terra di altri “patrioti” come noi.
    2. Guarda gli ebrei: per centinaia di anni non hanno avuto una propria terra, in senso puramente materiale, ma la loro origine l’hanno mantenuta in un corpo sociale, linguistico, religioso, razziale, che è riuscito nell’impresa di conservare al suo interno uno spirito. Per me l’occidente, quando avrà smaltito la sbornia materialistica, potrà guardare anche a quel modello per capire come crearsi, mutatis mutandis, una propria identità, riscoprendo la propria origine.

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