Saviano se ne va. E l'Italia che fa?

savianoPiù di un milione di copie vendute. Gente che lo legge ovunque. Il suo nome spesso in prima pagina, la sua figura ormai leggendaria. Vive sotto scorta una vita d’inferno perché è minacciato dalla camorra, ciò significa che la camorra lo teme. Cosa si può chiedere di più a un ragazzo? Niente. Cosa si può chiedere di più a un simbolo di coraggio e di denuncia? Niente. Io, con la mia consueta arroganza, gli chiederei solo di completare il capolavoro dicendo forte e chiaro che a Napoli serve l’esercito. Ma in fondo, per varie ragioni, non mi aspetterei che lo facesse davvero. Lui ha fatto quello che doveva, ora la palla passa alle istituzioni. Mi auguro che anche il sostegno degli italiani passi alle istituzioni. Chi sostiene Saviano, sostenga le istituzioni nell’opera di bonifica che possono compiere grazie anche all’esercito, come dicevo pochi post fa (qui). Anche perché c’è qualche novità. Le vendite cominciano a scendere. L’onda comincia a calare. Oggi la parola di Saviano vale quanto una retata, la sua figura vale quanto un battaglione dell’esercito. Ma domani? Altra novità. Si dice che Saviano voglia andare a vivere all’estero.

Annunci

La Bibbia in tivù? “Ma io la tivù non la guardo più”

papatvGli intellettuali italiani dovrebbero andare a lezione di modernità dal mio Ratzinger, altroché!

"La vita è sempre moderna", scriveva nella seconda metà del novecento l’architetto utopista Frank Lloyd Wright nel bellissimo saggio "La città vivente". Pur facendo parte di una società che viene da molti definita postmoderna, per me quelle parole possono aiutare ancora oggi a capire ciò che è attuale e ciò che non lo è, ciò che è davvero vivo e vitale, e dunque proiettato verso il futuro, e ciò che non lo è.

Fulgido esempio di vitalità, la Chiesa di Benedetto XVI. Nel proporre la lettura integrale della Bibbia in tv, essa si dimostra molto più in grado di capire la modernità rispetto ad altri pensieri. In particolare rispetto a quell’humus in cui oggi viene allevato l’intellettuale italiano, e cioè quel mix di pensiero marxista, scuola di Francoforte, Marshall MacLuhan ("Il media è il messaggio"). Ingredienti non sempre tutti presenti, ma tutti fortemente radicati. La Chiesa oggi li scavalca con l’agilità di una ragazzina di duemila anni, facendo tesoro della tradizione inaugurata nel novecento da don Alberione, il fondatore di Famiglia Cristiana, e portata al suo apice dal precedente papa Karol Wojtyla, il cui corpo martoriato dalla malattia ha fatto, in presenza e in immagine, il giro del mondo, con il suo valore di testimonianza radicalmente cristiana. All’inizio del terzo millennio e davanti a tutta l’umanità, il Papa è stato figura di Cristo.

Nel mondo intellettuale italiano, da anni si sprecano pensieri e analisi sulla tv, ma il risultato è sempre lo stesso, e lo si vede bene oggi dalla versione ultrasemplificata che irretisce sempre più esponenti di diversi settori della società italiana, compresa la comunicazione: "Io la tv non la guardo più". Anzi, nemmeno ce l’ho, che è anche più chic. Quando te lo dicono scrittori, autori, giornalisti, redattori, pubblicitari, producer, il fenomeno è consistente. Oppure: “L’uomo di cultura in tv si sputtana”. Oppure: “La tv è diseducativa”, dicono altri, tanti insegnanti di scuola, e in certi ambienti cattolici. "La tv non è veritativa", è arrivato a dire perfino uno come Giuliano Ferrara, che la tv la conosce e la fa. E’ certamente vero che buona parte dei programmi fa schifo, ma separare nettamente cultura e tv ha effetti nefasti. Il più grave è che si crea nei giovani il falso pensiero che cultura e modernità debbano essere per forza in contrasto. Probabilmente all’intellettuale italiano di oggi questo non interessa molto, perché lui ha già cancellato dal proprio vocabolario le parole modernità, cultura, futuro, insieme a tanti altri concetti ormai per lui senza significato. Per me invece, sulla scorta di alcuni spunti del ministro Bondi e del filosofo Stefano Zecchi, occorre pensare a un’alleanza tra la cultura e la tv, tra la scuola e la tv. Un rapporto più stretto, magari una sana competizione, non più quella sterile (e a volte anche ipocrita) demonizzazione del mezzo più diffuso e più potente del mondo. L’ha capito la Chiesa, universalmente tacciata di essere retrograda. Noi laici, credenti e non, che siamo tanto trendy e sgamati, vogliamo essere da meno?

La nostra scuola è costruita su principi socialisti e colonizzata da sessantottini: perché allora non è il paradiso in terra?

scuola2Usiamo il metodo Travaglio. Si prendono dei dati di fatto, che ciascuno può verificare nella propria esperienza e nei libri di storia, e li si mettono in fila per supportare una tesi.

Primo fatto. Nel dopoguerra, la scuola italiana è stata oggetto di riforme concordate tra politici (Dc, Pci, Unione, Fi) e sindacati. Le riforme più sostanziali erano basate sulla necessità tutta politica e sindacale di creare nuovi posti di lavoro per assicurare il posto fisso a più persone possibile. Questa scelta ha via via portato nuovi stipendi alle famiglie dei nuovi insegnanti, ma ha determinato anche un abbassamento progressivo di competenza nel corpo docenti. Ha anche determinato un livellamento verso il basso di tutti gli stipendi, credo i più bassi d’Europa, secondo il principio socialista "meno soldi ma per tutti".

Secondo fatto. Non esiste alcun tipo di valutazione dell’insegnante che consenta di premiare i più meritevoli. Secondo il principio dell’ugualitarismo nella sua versione socialista: "tutti uguali alla meta".

Terzo fatto. La scuola oggi è piena zeppa in ogni ordine e grado di insegnanti dichiaratamente schierati a sinistra, che rigettano l’intervento di ministri di centro-destra (Moratti e Gelmini), e la cui cultura di riferimento è il sessantotto italiano, e cioè il tentativo più tenace di cancellare il principio di autorità in quanto tale. Si badi, non di cancellare gli ingiusti eccessi di autorità introducendo sani elementi di libertà, come prevede il buon senso prima ancora che le teorie filosofiche. No, proprio cancellare l’autorità. L’autorità è in sé e per sé ingiusta. L’istituzione è oppressiva per principio. Disciplina è sinonimo di repressione. Risultato, oggi studenti e professori sono pari grado. Sono amiconi, compagnoni. Questo a casa mia si chiama irresponsabilità (fantastiche anche le ultime manifestazioni di piazza con i poveri bambini al seguito o il lutto al braccio…).

Domanda: ma una scuola costruita su principi socialisti e colonizzata da sessantottini, non dovrebbe essere il paradiso in terra?

Altra domanda: in tutto questo, dove sono finiti gli studenti? Dimenticati. Si è pensato a tutto tranne che a loro. Al loro diritto di avere insegnanti qualificati, capaci, autorevoli. E motivati. Sì, motivati anche dai soldi, e non solo da una presunta vocazione. E così si arriva all’ultimo fatto.

Ultimo fatto. Gli episodi di indisciplina degli studenti sono all’ordine del giorno. Recentissimo è lo schiaffo dello studente al professore. Così, dopo le palpatine alla prof, le sigarette rollate, la violenza contro i compagni, ora siamo alla violenza contro gli stessi professori. Ma se siamo tutti d’accordo che le bacchettate sulle dita erano eccessive, lo schiaffo al professore che cos’è?

Domande in libertà:
Che senso ha tenersi la scuola così com’è?
Che senso ha reiterare le politiche del passato che ci hanno portato fino a questo punto?
Che senso ha parlare di fascismo, olio di ricino, a proposito dei grembiulini?
La riforma della Gelmini non sarà risolutiva nell’immediato, ma almeno non occulta i problemi veri. Indica il merito come una possibile strada per tornare al rispetto per l’autorità del professore, cardine dell’istruzione e dell’educazione.

I detentori della morale

gad lernerItaliani, tutti in ginocchio sui ceci! Voi non lo sapete, ma in fondo siete tutti razzisti

Ora stanno davvero esagerando. Vauro, sconsolato come si conviene al vero moralista, dice da Santoro: "Mi vergogno di quello che stiamo diventando". Gad Lerner per tutta la durata dell’Infedele lascia in bella vista il titolo: "Italia razzista, e il governo che fa?" Unità e Manifesto aprono un giorno sì e l’altro pure sul degrado antropologico dell’italiano sotto il governo Berlusconi. La Repubblica cavalca il filone e rincara la dose. Ma ormai il trucco è vecchio, e io non ci casco più. "Siamo noi i detentori della morale", ci dicono questi signori, "se noi ci indigniamo ti devi indignare anche tu, altrimenti sei un fascista-xenofobo-razzista". Un vero e proprio ricatto morale. Ricatto che dilaga anche sui blog, dove ti imbatti di continuo in post e commenti che vorrebbero suscitare in te il senso di colpa.

Ma io non mi sento in colpa.

In colpa per cosa, poi? Mi dovrei sentire in colpa perché la camorra usa violenza contro gli immigrati? Per me la soluzione è la stessa di quando le vittime sono italiane (ne ho parlato qui). Mi dovrei sentire in colpa perché in un’Italia quasi del tutto priva di regole avvengono degli scontri anche mortali tra italiani e immigrati (clandestini o meno)? A essere realisti, c’è da stupirsi che ne avvengano così pochi. Ma certa gente non può abbassarsi a tanto. Realismo? Realtà? Ma dai. E le regole pratiche per una convivenza pacifica tra etnie, religioni, costumi diversi? Per carità. Non interessano né agli intellettuali né ai politici di quella parte.

E intanto nell’Italia reale che succede? Finora con l’immigrazione ci è andata bene perché ha prevalso un fattore cruciale: la tolleranza. Sì, proprio quel sentimento, quell’atteggiamento che certi signori attribuiscono in esclusiva all’italiano di sinistra e all’italiano del sud, e che invece è patrimonio anche degli italiani del nord e degli italiani di destra. E’ un fatto assodato che solo la malafede può non riconoscere. Purtroppo, però, ora non basta più nemmeno la tolleranza "spontanea". I fatti recenti non dimostrano affatto che il centro-destra ha fatto diventare l’Italia xenofoba (in 5 mesi poi!!). Dimostrano invece che servono delle regole chiare per tutti. E’ ora di elaborare un modello di convivenza pacifica per l’Italia. Chi deve farlo? La sinistra intellettuale e politica è troppo impegnata a lanciare insulti a vanvera, quindi non glielo si può nemmeno chiedere. Il centro-destra forse invece può approfittare dell’occasione per capire davvero chi è, e per dare una realtà concreta a idee che gli hanno permesso di vincere le elezioni. Che si diano da fare, alla faccia dei detentori della morale.

George W. Bush – Verità e menzogne

453px-George-W-BushPerché non si sente più parlare della guerra in Iraq?
Perché, più in generale, in Italia è così raro sentire parlare in termini positivi di guerra al terrorismo?
Non sarà che i progressi degli USA in Iraq sono tanti e tali che i giornalisti anti-Bush si vergognano a raccontarceli?
Non sarà che la guerra al terrorismo è un concetto mai digerito da tutti quei giornalisti-opinionisti schierati pregiudizialmente contro Bush, ma anche da chi non ha il coraggio di uscire dal conformismo pacifista?

Oggi, per chi vuole riequilibrare la bilancia e guardare le cose con un minimo di oggettività senza per forza leggere quotidiani stranieri, non resta che il Foglio, specialmente questo ottimo pezzo di Giuliano Ferrara che riassume la situazione (qui). Non resta che seguire le cronache di Daniele Raineri e di Fausto Biloslavo. E di fronte ai sorrisini degli ignoranti – amici, colleghi, blog dei presunti "spiriti liberi", articoli di guru del mondo dell’editoria, del giornalismo, della cultura – opporre un altrettanto sdegnoso sorrisetto.