C'era un comunista che aveva ragione / 1

ebloch3"Noi ci troviamo su un terreno fabbricabile e non in un paradiso"

Non sono ironico, è esistito davvero. Si chiamava Ernst Bloch, e nessuno lo conosce perché è finito nel dimenticatoio. Ma perché è finito nel dimenticatoio? Zecchi spiega qualche ragione nell’introduzione a "Utopia e speranza nel comunismo" (Ripubblicato da Ananke, 2008).

Ernst Bloch era un professore universitario nella Germania Est degli anni ’50. Non iscritto al partito, ma ben visto dal regime in virtù della sua fama internazionale. A quell’epoca c’era un alto tasso di scolarità (75%), e gli studenti erano quasi tutti figli di operai o contadini. Inoltre vigeva una regola per cui "gli studenti erano tenuti a rimanere per sei settimane all’anno nei centri di lavoro industriale e agricolo, anche se i loro studi erano di carattere letterario e filosofico". Inizialmente i rapporti tra operai e studenti non rano idilliaci, tanto che durante una rivolta operaia nel ’53 gli studenti si schierarono con la polizia. Ma le cose cambiarono nel giro di pochi anni. "Il contatto reale degli studenti con il mondo operaio e contadino matura il dibattito sulle condizioni di lavoro, sulla sua organizzazione, sulla funzione operaia, sul potere statale. Nel ’56 (su una rivista studentesca, ndr), gli studenti si domandano: "dov’è finita la funzione dirigente della classe operaia?"" Negli stessi anni Bloch si accorge di una pericolosa involuzione del sistema: lo stato-partito, nato per comandare a nome dei lavoratori, si sta trasformando in una macchina burocratica lontana e oppressiva. La sua critica viene sintetizzata in un’immagine: "Noi ci troviamo su un terreno fabbricabile e non in un paradiso". La sua proposta era che gli intellettuali fungessero da catalizzatori delle reali esigenze degli operai e le trasformassero in teoria filosofica utile per una migliore prassi politica. A loro volta gli intellettuali potevano trarre profitto dalla pratica politica, creando così un circolo virtuoso. L’intellettuale sarebbe diventato l’anello di congiunzione tra i lavoratori, coi loro bisogni, e il partito, ossia lo Stato, visto che Stato e partito comunista praticamente coincidevano. A questo punto, però, avviene la reazione dello stato-partito. Gli intellettuali asserviti al potere accusano Bloch di idealismo – che in regime di materialismo è come dire, appunto, eresia. L’accusa si basava sulle concezioni filosofiche di Bloch, non ortodosse perché davano centralità a elementi estranei alla dottrina marxista. Concetti come speranza e utopia, per esempio, o una "concezione giudaico-cristiana della storia". Ma dietro l’attacco culturale c’era in realtà la lunga mano del partito, il cui ragionamento era un po’ più rozzo: la Germania dell’Est, così com’è, è la perfetta realizzazione del comunismo. Di conseguenza gli operai e gli intellettuali che non ne sono convinti hanno qualcosa che non va, sono possibili destabilizzatori, agenti stranieri al soldo del capitale o altro. Risultato: vengono aboliti i "comitati operai" e vengono messi in stato d’accusa gli intellettuali come Bloch, ostili al totalitarismo burocratico di eredità staliniana.
(continua)

Che cosa sarà il Pd?

Veltroni, Rutelli e Fassino tentano di capirlo ispirandosi all’omonimo partito americano, andando al congresso di Denver. Gli auguro di illuminarsi al più presto, e intanto sottolineo ciò che dice Ferrara:

Tutto quello che riguarda l’identità e la vita del partito che vedranno riunito a Denver, tutto, dalla corruzione alla politica estera tradizionalmente aggressiva, dal welfare alla macchina del voto di scambio, dalla convergenza finale con la battaglia antisegregazionista alla vicinanza lobbystica con i Bill Gates e i George Soros e i Warren Buffet, tutto, ma proprio tutto, e prima di tutto quel formidabile strumento che sono la retorica e la grande oratoria politica, tutto dipende dalla premessa del patriottismo americano, del patriottismo costituzionale, e dal senso generale che a questo patriottismo dà la parola, la pratica della libertà (in economia, nel costume, nella cultura, nella vita pubblica e privata).  (…) l’agonismo politico dei democratici e dei repubblicani americani esprime appunto un’altra sostanza, a parte le forme. “We can” vuol dire noi, e noi vuol sempre dire noi americani, noi cittadini, noi popolo, non noi membri del partito. Veltroni e i suoi devono cercare un’idea di questo paese, della sua storia, del suo genio particolare, e farne qualcosa di molto simile a una religione civile, a una politica per credenti, in un sistema istituzionale costruito sui bilanciamenti e sull’esercizio forte dell’autorità in un quadro di libertà fortissima.

Una "religione civile" non lo so, ma un’idea, perlomeno, sì.

La città, il passato, il futuro

Il ministro Sandro Bondi (PdL) e il filosofo-sindaco Massimo Cacciari (Pd) condividono – forse inconsapevolmente – un’opinione in merito ai lavori di scavo per la creazione di nuove opere pubbliche in città. Che fare, se si trovano reperti archeologici? Per entrambi, i lavori vanno fermati solo in caso di ritrovamenti di eccezionale importanza, tipo, per assurdo, la Venere di Milo. Negli altri casi invece si può benissimo andare avanti. Condivido anch’io, nel mio piccolo, questa opinione. Del resto è sempre stato così, nella storia delle nostre città, che nel corso dei secoli hanno conosciuto un grande dinamismo: i nuovi edifici, espressione delle mutate esigenze della società, si affiancavano ai vecchi, oppure, dove non c’era posto per entrambi, si tirava giù il vecchio. E’ una legge della vita, il passato non deve mai soffocare il futuro.

Libri in valigia

Spero di non riuscire a leggerne manco uno, sopraffatto dal mare, dal sole, dal divertimento, dalla spensieratezza, dalla gioia trasmessa dal nugolo di nipotini indemoniati. Ma conoscendomi, me li porto dietro lo stesso.

Utopia e speranza nel comunismo. La prospettiva di Ernst Bloch, Stefano Zecchi, Ananke.

La terra desolata, Thomas S. Eliot, Feltrinelli.

La Bibbia,
Dio.

Il milione
, Marco Polo, edizione illustrata per ragazzi dell’Editrice Boschi, 1961, recuperato personalmente in una cantina.

Meridiano di sangue, Cormac McCarthy, Einaudi.

Dunque un saggio, della poesia, il libro dei libri, un racconto di viaggio e un romanzo, perché chissà di cosa avrò voglia. Più un paio di fumettoni gentilmente donatimi dalla Sergio Bonelli, un Tex formato gigante e una raccolta di Agente Alpha. Le mutande, dite? Infilate nella valigia di mia moglie!

Fausto Biloslavo, giornalista di guerra

biloslavoFausto Biloslavo, triestino, di mestiere fa il giornalista di guerra. Suona così antico "giornalista di guerra", eppure esistono ancora, anche se non godono della stessa attenzione riservata ai pacifici panda. Insieme al compianto Almerigo Grilz e a Gian Micalessin, negli ultimi 25 anni ha coperto conflitti dimenticati in tutto il mondo. Oggi, mentre i nostri tg si compiacciono di mostrare per decine di minuti ogni giorno – la domenica non ne parliamo – uomini panciuti, donne panciute e bambini panciuti che cercano ristoro sotto gli ombrelloni nel pieno della massacrante calura estiva, Biloslavo è in Afghanistan. Sì, perché in Afghanistan c’è una guerra. Seguirà l’azione di un corpo d’armata dei marines americani per il Foglio fino a fine agosto. Su radio 24, bollettini aggiornati (link al suo sito, dove c’è una sezione "radio", qui). Pare che i talebani siano arrivati molto vicini a Kabul. Ma non eravamo nel pieno della massacrante calura estiva?