Iraq – Il generale Petraeus ha migliorato le cose

raineri_petraeusUltimamente si sente parlare molto poco dell’Iraq. Talmente poco che potrebbe generarsi una doppia illusione. Da una parte, chi persevera nell’idea preconcetta e sbagliata che l’Iraq sia stato un sostanziale fallimento dell’amministrazione Bush. Dall’altra, chi si illude che tutto sia tornato a posto per magia. La situazione è molto migliorata, ma è chiaro che non è ancora finita.
Per tenermi aggiornato mi sono letto il libro di Davide Raineri, inviato del Foglio, "Il caso Petraeus". Una miniera di informazioni sulla situazione di alcune città e di alcune zone, ma soprattutto un’idea più precisa del nuovo approccio degli USA a quella guerra. Approccio che ha un nome e un cognome: generale David H. Petraeus. Nell’intervista chiarisce alcuni punti molto importanti per capire cosa accade e come gli USA stanno agendo laggiù.

Primo punto. Cade l’immagine degli USA come invasori. L’idea di un’azione cieca, di una contrapposizione frontale tra "noi" e "loro", tra occidentali e islamici, tra soldati e civili. Petraeus tra il 2006 e il 2007 ha capito che tale vecchia strategia non portava frutto, anzi accresceva il numero delle vittime, e dunque era sbagliata, e dunque andava cambiata. Come? Ecco il secondo punto. Ci voleva un pensiero nuovo, e poi  una strategia che applicasse tale pensiero. All’atto pratico, la nuova strategia è tanto semplice quanto efficace: fare dei cittadini iracheni un alleato e non un avversario. Lo scopo era "rendere la città ostile ai terroristi". Come? Vivendo fianco a fianco con la popolazione, invece di isolarsi dentro le roccaforti militari. Cioè, impegnandosi e spendendo soldi in azioni civili, come fare strade e ospedali, o pagare lo stipendio ai funzionari pubblici. "Money is ammunition", i soldi sono munizioni. Dare agli iracheni stessi la possibilità e l’appoggio per combattere contro i terroristi. I frutti si vedono nella riduzione del 60% degli attentati contro i civili iracheni e contro i militari USA. 60%, mica bruscolini.

In tutto questo io vedo tre punti di grande interesse. Primo, l’elasticità con cui la guerra viene affrontata, segno di grande intelligenza e capacità di adattamento. Che parte dall’alto, dai vertici militari. Come dice lo stesso generale: "i nostri leader e le nostre truppe hanno capito questa impresa molto complicata, che richiede la conoscenza fin dentro le sfumature della popolazione, dei loro quartieri, delle confessioni religiose, della cultura, dei gruppi etnici, di come funziona la struttura del governo nel fornire servizi base, di come gira il flusso del denaro, di come sono organizzate le forze di sicurezza. Questo tipo di comprensione è molto più alto di prima, ed è un risultato dei cambiamenti dentro le istituzioni degli Stati Uniti ed è anche un risultato dell’esperienza. L’Iraq sta trasformando l’esercito americano, come anche l’Afghanistan e le operazioni nelle filippine". Togliamo pure la tara, perché non è che tutti i soldati americani sono laureati in antropologia, ma ciò che rimane è comunque molto buono.

Secondo, qualche domanda: le tribù che si organizzano contro i terroristi di Al Qaeda sono sunnite. E gli sciiti? I naturali alleati dell’Iran, che fanno?

Terzo, un bel paradosso: dal terreno dove la guerra si combatte, e cioè proprio dal posto dove in teoria la confusione dovrebbe regnare sovrana, arriva una forma di chiarezza intellettuale prima ancora che strategica. E questa idea è riassumibile così: i primi nemici del popolo iracheno sono i terroristi stessi. Una chiarezza che qui da noi, a migliaia di chilometri di distanza, non c’è. Noi che avremmo tutto il tempo e tutto l’agio di informarci e di valutare assennatamente le informazioni ci lasciamo invece cullare dalla confusione. Infatti troppo spesso il messaggio che passa, esplicitamente o implicitamente, è che il peggior nemico degli iracheni è Bush.

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2 commenti su “Iraq – Il generale Petraeus ha migliorato le cose

  1. anonimo ha detto:

    Raineri è bravissimo. è stato tra i pochi a dare notizia e a seguire passo per passo il cambiamento di rotta in Iraq. gli altri giornalisti, una volta finito il periodo delle autobombe quotidiane, se ne sono completamente dimenticati. hai visto la copertina dell’Economist di questa settimana? com’è che dalle nostre parti una cosa del genere non fa notizia? eppure perché le cose andassero meglio laggiù l’Italia ha speso molti soldi e molto sangue.

    http://www.economist.com/printedition/currentCover.cfm

    Ernesto unlogged

  2. vincenzillo ha detto:

    ernesto, è vero. Il cambio di rotta qui è passato completamente inosservato, se non per gli ottimi pezzi di Raineri per il Foglio (raccolti nel libro). Altro caso da manuale per chi vuole capire quali sono i veri mali della nostra informazione.

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