Goduria, perfida goduria!

Domenica pomeriggio. Fase di avvicinamento al casello. I cartelli avvertono che la corsia Telepass è sulla destra. Tra parentesi, ci fosse un casello uguale a un altro in Italia, ognuno è diverso dall’altro, giusto per non farti annoiare… va beh, comunque, cosa strana, l’unica fila si è formata proprio sulla destra. Meglio così, tanto io il Telepass non ce l’ho. Ma c’è qualcos’altro di insolito: il lampeggiante azzurro della polizia sulla seconda corsia, Telepass + ticket. Dietro l’auto dei poliziotti si intravede la massa scura di un SUV. Che sfiga, gli si sarà spento il motore proprio là davanti. Ma poi guardo meglio e vedo una scena surreale: il SUV è fianco a fianco con una monovolume, insieme occupano tutto lo spazio tra le due barriere di cemento della corsia. Paralleli, perfettamente allineati. Incastrati. Entro io entri tu, entro io entri tu, SBRANG!!! Troppo ridere. Da fermarsi tutti quanti e col braccio alzato intonare un enorme, assordante "SCE-MI SCE-MI SCE-MI!" Che goduria.

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Milano – Nella notte crolla un pezzo del tribunale*

Gli impiegati: "Nessun pericolo, a quell’ora non c’è mai nessuno. Come a qualsiasi altra ora".

Paura al Palazzo di Giustizia. Nella notte ha ceduto una parte della struttura, provocando solo danni materiali. In tarda mattinata, al rientro dalla colazione, la chiamata ai vigili. Non è il primo episodio del genere. Un incidente simile era già accaduto pochi anni fa: alcuni lastroni di marmo si erano distaccati e non avevano ucciso nessuno solo per un mero caso. Il ripetersi di danni strutturali preoccupa gli impiegati. Nino F. ha la tensione dipinta in volto: "E’ successo vicino alla scrivania dove lascio di solito le mozzarelle di bufala campana. Sa, le compro qui sotto ma non posso portarle subito a casa: andare e tornare durante l’orario di servizio mi costerebbe una fortuna, col petrolio alle stelle". Gli uscieri fanno quadrato: "Quel punto è lontano dall’uscita, a noi che ci frega?" L’unico magistrato che siamo riusciti a scovare senza chiamare il Club Med fa spallucce fatalisticamente: "Ho 10 possibilità su 365 di essere beccato. Se succede, vuol dire che era destino che morissi in servizio". I suoi colleghi invece, raggiunti telefonicamente al distaccamento di Sharm, non vogliono sentire ragioni: "E’ l’ennesimo attacco di Berlusconi. Ma stavolta non resteremo a guardare, resteremo direttamente in vacanza". Intanto si parla già di un’intercettazione in cui il Cavaliere Nero mette in preallarme i suoi costruttori edili di fiducia e l’architetto a cui aveva promesso il ponte sullo stretto.

*Per scrupolo di coscienza segnalo che la notizia è di ieri.

Conta più un sigaro che un allenatore

Sigaro                        "Lippi non è disponibile? Allora trovate il suo sigaro!"

Nessuna riconoscenza per Roberto Donadoni. Chi si ricorda più che ci ha portati alle fasi finali degli europei? Chi si ricorda più che siamo arrivati ai quarti malgrado la nostra punta non abbia segnato nemmeno un goal? Eppure sono passati pochissimi giorni, anzi pochissime ore. Minuti. Eh signora mia, i media sono spietati. Se vinci sei un dio, se perdi non sei nessuno. Letteralmente. E allora ecco salire alla ribalta il successore. Ma non il successore in carne e ossa, che sarà giustamente in vacanza e vorrà starsene giustamente per i cazzi suoi. Visto che lui in persona non lo si può intervistare, ecco l’amico di merende, intervistato al bar. Il suo amico, il suo bar. Ed ecco il cimelio: il sigaro. Il mozzicone di sigaro consumato e conservato come una reliquia. Il sigaro di Lippi, protagonista di un ottimo servizio del Tg1, oggi vale più di Roberto Donadoni. Sarà lui, il sigaro, che ci farà vincere di nuovo i Mondiali? Noi glielo auguriamo di tutto cuore.

Guai a dire "operaio"!

bruce_springsteen_-_born_in_the_usa-frontC’è qualcosa che non va con gli operai. Sarò io, sarà il clima, sarà l’imponderabile. Ci sarà sempre stato, temo, ma io non ne ero così consapevole. Da piccolo, quando ero ingenuo, sapevo che mio nonno materno era un operaio, e che anche qualche mio zio e alcuni cugini lo erano. Essendo un bambino molto religioso, credevo fermamente che gli operai fossero persone come le altre, con il loro lavoro, i loro problemi e i loro interessi. Mangiavano perfino con me, alla stessa tavola! Purtroppo – e questo mi sarebbe costato parecchio in seguito – non li vidi mai con un libro in mano. Poi ai tempi del liceo studiai le lotte di classe scaturite dalle idee di Karl Marx, i miglioramenti nella condizione operaia conseguenti a varie lotte sacrosante, e vidi qualche film americano con operai protagonisti, ma soprattutto vidi la copertina di "Born in the U.S.A" di Bruce Springsteen: il culo di un operaio orgoglioso di essere un operaio (oltre che di essere americano). Non è che ci pensassi molto, a dire il vero, però credevo ancora che "operaio" fosse una semplice declinazione della parola "lavoratore". Mio padre fa l’impiegato, mia madre fa l’insegnante, mio nonno faceva l’operaio. Poi però cominciai a vedere film italiani sul tema, e cominciai a capire che c’era qualcosa che non andava. Com’è che l’operaio americano era orgoglioso di essere operaio e di essere americano, e malgrado gli screzi e le lotte col principale amava la sua famiglia e il suo paese, e invece l’operaio italiano era furibondo non solo col suo capo, ma con tutti i "padroni" in generale, si vergognava di essere operaio e di essere italiano, e soprattutto era il portatore di messaggi doppi, tripli, metafore cupe, pesanti, rancorose? Perché, insomma, l’operaio italiano era diverso non solo da tutti gli altri lavoratori del mondo, ma anche da tutti gli altri operai del mondo? C’era qualcosa che non andava. Poi lessi un libro di Ernst Jünger il cui titolo italiano era "L’operaio", mentre in tedesco era "Der Arbeiter", cioè "il lavoratore". Leggendolo, era chiaro che l’autore parlava di tutti i lavoratori indistintamente, e che anzi allargava il concetto di lavoro a sfere che non competono al lavoro in senso stretto, come il tempo libero, lo sport, le vacanze. Un libro molto affascinante. Ma non parlava affatto di operai, semmai al massimo di "api operaie", metafora estendibile a chiunque. Mi sono detto, ancora una volta: c’è qualcosa che non va. Ora su un blog (qui) oso scrivere che "l’operaio non capisce la parola morfologia". Una frase innocente, un’approssimazione, una generalizzazione come se ne fanno a miliardi quando si parla, sui blog o da altre parti. Apriti cielo. Non si può generalizzare, sei un classista, esistono operai colti, sindacalisti di genio! Come se io, con la mia frase innocente, lo avessi negato. Come se al posto di quella frase innocente avessi dovuto dire: "Egregi signori della corte, da recenti studi emerge che circa il 79,45% degli operai italiani, laddove per italiani si intende cittadini italiani residenti entro i confini nazionali post seconda guerra mondiale, non legge un libro da almeno dieci anni; il restante 20,55% invece legge qualche libro ogni tanto, e di questo 20,55%, un buon 40,67% legge più di dieci libri all’anno e studia per conto suo materie politiche, sociali, giuridiche, antropologiche, letterarie. Tuttavia, considerando questa percentuale minoritaria rispetto all’insieme, e trovandomi altresì a parlare su un blog, ritengo opportuno e non lesivo né della dignità né dei diritti umani di alcuno ricorrere a un’approssimazione e a una generalizzazione senza per questo meritarmi l’accusa di classismo. Qualora la mia richiesta non venga accettata sono pronto a ritirare la mia espressione". C’è qualcosa che non va.

(Ma forse c’è una soluzione molto semplice: oltre al cartello "Questa è una battuta" mi faccio fare pure: "Questa è una generalizzazione", così sono a posto).

(A proposito, le cifre indicate sono inventate di sana pianta)

Al Gore, ti voglio dare l'ultima chance!*

al-gore-academy-awardsE’ il 17 giugno e fa freddo. Ci sono fior di scienziati, centinaia, migliaia, che sono contro le teorie da te spacciate come una "verità". Perfino alcuni che le avevano sottoscritte, ora hanno ritrattato. E ripeto, Al, è il 17 giugno e fa freddo. Dai, se ritratti anche tu e trovi un modo altrettanto spettacolare per scusarti con tutti gli abitanti della terra, giuro che non ti do del pirla.

*Upgrade ore 15:03: pubblicato sul Foglio, Hyde Park Corner, (qui) data 17 giugno.

Iraq – Il generale Petraeus ha migliorato le cose

raineri_petraeusUltimamente si sente parlare molto poco dell’Iraq. Talmente poco che potrebbe generarsi una doppia illusione. Da una parte, chi persevera nell’idea preconcetta e sbagliata che l’Iraq sia stato un sostanziale fallimento dell’amministrazione Bush. Dall’altra, chi si illude che tutto sia tornato a posto per magia. La situazione è molto migliorata, ma è chiaro che non è ancora finita.
Per tenermi aggiornato mi sono letto il libro di Davide Raineri, inviato del Foglio, "Il caso Petraeus". Una miniera di informazioni sulla situazione di alcune città e di alcune zone, ma soprattutto un’idea più precisa del nuovo approccio degli USA a quella guerra. Approccio che ha un nome e un cognome: generale David H. Petraeus. Nell’intervista chiarisce alcuni punti molto importanti per capire cosa accade e come gli USA stanno agendo laggiù.

Primo punto. Cade l’immagine degli USA come invasori. L’idea di un’azione cieca, di una contrapposizione frontale tra "noi" e "loro", tra occidentali e islamici, tra soldati e civili. Petraeus tra il 2006 e il 2007 ha capito che tale vecchia strategia non portava frutto, anzi accresceva il numero delle vittime, e dunque era sbagliata, e dunque andava cambiata. Come? Ecco il secondo punto. Ci voleva un pensiero nuovo, e poi  una strategia che applicasse tale pensiero. All’atto pratico, la nuova strategia è tanto semplice quanto efficace: fare dei cittadini iracheni un alleato e non un avversario. Lo scopo era "rendere la città ostile ai terroristi". Come? Vivendo fianco a fianco con la popolazione, invece di isolarsi dentro le roccaforti militari. Cioè, impegnandosi e spendendo soldi in azioni civili, come fare strade e ospedali, o pagare lo stipendio ai funzionari pubblici. "Money is ammunition", i soldi sono munizioni. Dare agli iracheni stessi la possibilità e l’appoggio per combattere contro i terroristi. I frutti si vedono nella riduzione del 60% degli attentati contro i civili iracheni e contro i militari USA. 60%, mica bruscolini.

In tutto questo io vedo tre punti di grande interesse. Primo, l’elasticità con cui la guerra viene affrontata, segno di grande intelligenza e capacità di adattamento. Che parte dall’alto, dai vertici militari. Come dice lo stesso generale: "i nostri leader e le nostre truppe hanno capito questa impresa molto complicata, che richiede la conoscenza fin dentro le sfumature della popolazione, dei loro quartieri, delle confessioni religiose, della cultura, dei gruppi etnici, di come funziona la struttura del governo nel fornire servizi base, di come gira il flusso del denaro, di come sono organizzate le forze di sicurezza. Questo tipo di comprensione è molto più alto di prima, ed è un risultato dei cambiamenti dentro le istituzioni degli Stati Uniti ed è anche un risultato dell’esperienza. L’Iraq sta trasformando l’esercito americano, come anche l’Afghanistan e le operazioni nelle filippine". Togliamo pure la tara, perché non è che tutti i soldati americani sono laureati in antropologia, ma ciò che rimane è comunque molto buono.

Secondo, qualche domanda: le tribù che si organizzano contro i terroristi di Al Qaeda sono sunnite. E gli sciiti? I naturali alleati dell’Iran, che fanno?

Terzo, un bel paradosso: dal terreno dove la guerra si combatte, e cioè proprio dal posto dove in teoria la confusione dovrebbe regnare sovrana, arriva una forma di chiarezza intellettuale prima ancora che strategica. E questa idea è riassumibile così: i primi nemici del popolo iracheno sono i terroristi stessi. Una chiarezza che qui da noi, a migliaia di chilometri di distanza, non c’è. Noi che avremmo tutto il tempo e tutto l’agio di informarci e di valutare assennatamente le informazioni ci lasciamo invece cullare dalla confusione. Infatti troppo spesso il messaggio che passa, esplicitamente o implicitamente, è che il peggior nemico degli iracheni è Bush.

Il blackberry era figo, ma non abbastanza*

blackberry1. Con il blackberry se ti perdevi tra la toilette e il bancone del bar eri spacciato. Con l’iPhone invece no, perché hai il navigatore. Vuoi mettere?
2. Con il blackberry, se ruotavi lo schermo l’immagine ruotava con esso. Sai che mal di testa? Con l’iPhone invece no, perché anche se lo schermo ruota, l’immagine rimane fissa nella stessa posizione. Figo.

*Pubblicato sul Foglio online in Hyde Park Corner (qui) ieri 11 giugno.