Bellezza e speranza / 2

cavalloscultura di Mimmo Palladino (Benevento)

Oggi sulle pagine della cultura del Giornale tre articoli degni di nota (anche se non sono miei).
I primi due di Stefano Zecchi e Giuseppe Conte, due miei fari. Nel 1995 fondarono insieme al poeta Tomaso Kemeny il Mitomodernismo, movimento artistico-letterario che mette al centro della vita civile la cultura, e al centro della cultura la bellezza. Non la bellezza classica, naturalmente, ma un’idea moderna di bellezza, dinamica, vicina alle inquietudini e alle speranze dell’uomo moderno. Al movimento aderirono anche grandi artisti come Mimmo Palladino, ma bisogna ammettere che non ha avuto gran seguito (per ora). Poche iniziative, poca o nulla organizzazione. Troppo poco per contrastare efficacemente la disattenzione, l’ostracismo direi, degli intellettuali italiani di allora (che poi sono quasi gli stessi di oggi) al tema. Eppure. Su di me ebbe un effetto molto profondo, nel bene e nel male incancellabile. Andai all’inaugurazione e ne fui molto impressionato. Parlavano di qualcosa che a lungo, crescendo, avevo considerato un orpello inutile, e anche un po’ ridicolo, fino a quando al liceo avevo scoperto Goethe e i romantici. Zecchi, Conte e gli altri parlavano della bellezza con entusiasmo, come di una cosa viva. Con speranza ma insieme direi quasi con sofferenza, come di un tesoro prezioso da preservare e da tramandare. Con fedeltà. Me lo immaginavo come uno di quegli oggetti magici, non so, una spada, che in una saga viene passata di mano in mano, nel buio e nel segreto, avvolta in una coperta e nascosta in mezzo a oggetti senza valore per dissimulare il suo vero potere… ma capace alla fine del dramma di scatenare tutta la sua potenza salvifica… Ed era anche una sfida: come fare a rimettere la bellezza al centro della vita moderna, rinnovata ma pur sempre legata all’origine? L’articolo di Zecchi (qui) la pone all’origine della storia dello Stato di Israele, l’articolo di Conte (qui) mette in luce l’attuale atteggiamento di educata indifferenza della cultura italiana per il tema.

L’altro articolo è il pezzo di Caterina Soffici (qui) contro il bollito Gianni Vattimo. Da applausi.

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8 commenti su “Bellezza e speranza / 2

  1. Mi sembra abbia poco senso rivolgersi all’uomo moderno nel mezzo della postmodernità: è come mettersi a parlare con i morti. Credo che l’articolo di Conte riferisca, parlando di quel che ha fatto Eco (pur non condividendolo), il solo atteggiamento sensato: nel cuore della postmodernità, in cui tutti i concetti si equivalgono e non è più lecito parlare di verità assolute, ma si procede per approssimazioni e compromessi, se uno scrive un libro sulla Bellezza (come ha fatto Eco) dovrà poi per forza scriverne uno sulla Bruttezza.

  2. vincenzillo ha detto:

    licenziamento, ah già, la postmodernità. Un’idea che va per la maggiore, non c’è che dire. Se ne parla come se esistesse davvero. Per me invece è solo un’idea partorita da una cultura che aveva già smesso di interrogarsi su se stessa e sulla modernità, e non sapendo più che farsene l’ha liquidata dichiarandola semplicemente finita. Ma chi l’ha detto che la modernità è finita? Di certo, così facendo, si sono liquidate sia le sue residue potenzialità mitopoietiche, sia quelle veritative, che convivevano fra tradizione e illuminismo. Mi viene un esempio. Ieri sera leggevo gli articoli di Anna Momigliano sulla copertina del Riformista dedicata ai sessant’anni di Israele, e l’avventura di Weizmann, Herzl e di un popolo mi ha fatto scattare dentro qualcosa. Il chimico Weizmann che scopre un metodo per ricavare acetone per uso bellico e come ricompensa non chiede all’Inghilterra nulla per sé, ma per il suo popolo, seguendo le idee sentite da Herzl ai primi congressi sionisti… è meraviglioso. Un incredibile intreccio di storie, tra scienza, guerra, denaro, politica, utopia, tradizione. Un simbolo che dice qualcosa di profondamente vero sull’uomo. Altro che postmodernità…

  3. remomichelotti ha detto:

    Il postmodermo è la conseguenza della scarsa qualità della committenza e della nostra scarsa educazione critica .
    Si guarda senza vedere, si ascolta senza sentire e si chiede senza interesse.
    Come si fa a capire il bello senza interesse?

    Il passaggio dal moderno al postmoderno ?

    Lo sguardo di Jacques Tati davanti ad una bicicletta tutta smontata pezzo per pezzo!!!

    Le cose senza il nostro interesse perdono la loro forma la loro funzione e la loro bellezza.

  4. vincenzillo ha detto:

    remo, “Lo sguardo di Jacques Tati davanti ad una bicicletta tutta smontata pezzo per pezzo” è un’immagine che descrive bene il post-moderno. Io ci aggiungerei anche uno spiritello maligno che sussurra all’orecchio: “Non c’è più il tutto, ci sono solo le parti, le parti alla deriva… uuuh uuuh… parti alla deriva… uuuh”.
    Bah.

  5. @vincenzillo, la nascita di Israele si inquadra in quei fenomeni di irredentismo, o di fermento nazionalista, che segnarono la fine delle Potenze coloniali e delle grandi monarchia imperiali (ecco perché io trovo assurdo che qualcuno, vedi Vattimo, parli di Israele come un fenomeno neocolonialista: il Sionismo si sviluppa contro il colonialismo, e non sulla sua scia). La postmodernità comincia un bel po’ dopo la fase della nascita di Israele, con la crisi dei grandi movimenti ideologici novecenteschi, verso gli anni Sessanta, quando i movimenti contestatori esplodono in una pioggia di microideologie che, invece di fuggire dal contatto col mondo borghese, lo contaminano e se ne fanno contaminare (ricordo un articolo dell’Economist che biasimava Hillary Clinton perché il suo staff elettorale è pieno di ex sessantottini, pur lodandola per altri versi). Oggi si può essere contestatori al mattino e borghesi la sera, o viceversa: tutti i vincoli di coerenza e di sostanza sono crollati, ogni cosa equivale a un’altra, le idee entrano ed escono di scena come mode. Un reazionario come me trova tutto ciò molto rassicurante, perché fa sì che la società viva in un eterno presente, senza sommovimenti ideologici e culturali ma immersa in un perenne crepuscolo.

  6. vincenzillo ha detto:

    licenziamento, maledetto sia il tuo perenne crepuscolo! 🙂

    Molto interessante la tua fotografia: “Oggi si può essere contestatori al mattino e borghesi la sera, o viceversa: tutti i vincoli di coerenza e di sostanza sono crollati, ogni cosa equivale a un’altra, le idee entrano ed escono di scena come mode.”
    Sono tristemente d’accordo che il paesaggio sia più o meno quello (in particolare il rapporto tra contestazione e borghesia, perché a parte casi isolati, oggi più che mai la contestazione è un fenomeno interno alla borghesia, un autolesionismo della borghesia). Ma sull’equivalenza di ogni cosa a ogni altra non sono d’accordo. Proprio a quel proposito ti citavo Israele. La sua nascita avviene prima della tua cara post-modernità, è vero. Ma credo che ancora oggi Israele sia esempio e stimolo per chi rifiuti di essere “post-moderno”. Purtroppo non ne ho conoscenza diretta, quindi non posso fare un raffronto tra la condizione iniziale nel ’48 e oggi. L’atmosfera, dico, i fermenti, l’elettricità palpabile che mi immagino pervadesse un po’ tutti (forse perfino te, se fossi stato lì :-D). Di sicuro oggi la situazione è diversa sia da quel punto di vista, sia da quello politico, interno ed esterno. Quello che però mi sento di dire da racconti e testimonianze (domani vado a torino a sentirne altre) è che quell’unità di scienza, politica, innovazione, tradizione, continua a vivere nello Stato, nella cultura e nel popolo di Israele. Questo per me è un fenomeno assolutamente non post-moderno. “Vincoli di coerenza e di sostanza” lì ci sono ancora. Malgrado tutto, il micro mi pare trovi ancora un senso nel macro.

  7. Vince, la realtà israeliana di oggi non è una realtà di entusiasmo e di eccitazione, ma di crisi ed angoscia. Altro che corrispondenza tra micro e macro… La fiducia degli israeliani nelle istituzioni (governo, Knesset, IDF) è al minimo: la gente è stanca, non ce la fa più. La costruzione del muro che ha pressoché ridotto a zero gli attacchi terroristici suicidi sta dando un po’ di respiro, ma il logorio continuo di questi anni ha avuto un effetto assai deprimenti (provaci tu a essere oggetto di attentati suicidi e a prenderti razzi in testa un giorno sì e l’altro pure, e a non vedere una possibilità di uscirne, e vedi un po’ se riesci ancora a sentirti entusiasta…)

  8. vincenzillo ha detto:

    licenziamento, sì, i razzi ti angosciano e ti deprimono, ma quelli che tu chiami “Vincoli di coerenza e di sostanza”, tipo riconoscere la propria appartenenza a un popolo, non sono legati solo all’entusiasmo, ma anche alle tradizioni per esempio. E dunque possono benissimo rimanere, anche quando l’entusiasmo scema.

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