Cristo non è Che Guevara

sacraSindone01Che_Guevara

Si sa, in politica vale tutto, ma io una cosetta ai socialisti italiani la voglio proprio dire: basta con le stronzate. Lo spot in cui Cristo viene presentato come “primo socialista della storia” non l’ho ancora visto, e a me la questione se sia blasfemo o no non interessa. Invece mi interessano due cose. Primo, sapere se Boselli è lo stesso Boselli che si lamenta a tutte le ore per le ingerenze del Vaticano nella politica italiana. Perché se è così, allora farebbe meglio a smetterla con le sue ingerenze nell’ambito del sacro. Secondo, siccome una stronzata del genere non mi suonava nuova, e siccome mi faceva venire in mente la “teologia della liberazione” e qualche pensatore dell’Ottocento, ho digitato su google le parole “cristo ribelle” per avere informazioni in più. Ma indovinate un po’, al posto dei teologi e dei filosofi mi è venuta fuori una tesi in sociologia su un luminare del pensiero italiano e mondiale contemporaneo: il nobel Dario Fo. Ovviamente non la leggerò mai, ma la cosa mi pare significativa. Anche ricordando discussioni con varie persone, posso dire che i quattro decerebrati con l’acqua alla gola in cerca di visibilità non sono i soli ad aver fatto questo accostamento. La loro sparata è sostenuta da un grosso equivoco di base, tipico di tutta una cultura materialista e atea che miete vittime un po’ ovunque. In pratica, si prende il cristianesimo, si toglie Dio e si pretende che rimanga tutto in piedi lo stesso. Infatti, come ci spiega l’illustre teologo socialista Gavino Angius, “Gesù, il primo ribelle della storia, è di tutti, di tutti coloro che ne sanno raccogliere la forza del messaggio”. Ribelle? Ma quale ribelle? Forse ad Angius sfugge la differenza tra religione e politica. Dopo che l’avrà capita, forse coglierà anche un’altra sfumatura. Che Cristo possa essere di tutti, è vero. Ma che Cristo sia di tutti, questo proprio no. Se ricevi l’eucarestia, è tuo, altrimenti no. Ma se ricevi l’eucarestia e ti presenti ai tuoi elettori con uno spot del genere, allora ti meriti come minimo un esorcismo. Ma andiamo avanti e scopriamo quale sarebbe questo bel “messaggio” che rimarrebbe identico anche togliendo l’inutile orpello del sacro. Ce lo rivela Boselli, che chiosa da par suo: “Il messaggio cristiano è prima di tutto un messaggio di libertà”. Non ci siamo proprio, il messaggio cristiano non è un messaggio di libertà. O almeno, non della libertà che intende Boselli, che è la libertà nel suo senso strettamente politico. Anche Boselli dovrebbe ripassare la differenza tra religione e politica. Cari socialisti, se non lo sapete, Cristo è quel signore sulla croce e (forse) sulla sindone, non quell’altro sulla maglietta rossa. Se è vero che Cristo ha sconfitto la morte, allora la sua libertà si esercita in un ordine e su una scala radicalmente diversi da quelli di qualsiasi partito e di qualsiasi sistema politico. Se invece Cristo non ha sconfitto la morte, allora è solo un perdente, uno sfigato, sconfitto dal sistema politico vigente a Gerusalemme nel primo secolo dopo… oddìo non mi ricordo… dopo Cristo o dopo Che Guevara?

Quanto mi manca il commissario Spada

spada2Ci può mancare qualcuno che non abbiamo mai conosciuto? Tra il 1970 e il 1982, mentre le sue storie a fumetti uscivano sul settimanale cattolico per ragazzi il Giornalino, io ero ancora troppo piccolo per leggerlo: ero fuori target, come si dice. Oggi però scopro che Mondadori ripubblica nel volume "Il commissario Spada. Gli anni di piombo" alcune sue avventure, lo prendo, mi ci appassiono e lo recensisco (a proposito, non dite alla mia capa che ne sto parlando qui prima che esca la recensione…). Mi colpiscono immediatamente due cose: primo, in tre storie il tema è il terrorismo; secondo, Spada era l’unico commissario di polizia del fumetto italiano negli anni Settanta, e non ebbe praticamente successori degni di nota. A me, uomo del 2008, sorge la domanda: perché? Non avrà per caso a che fare tra le altre cose anche con una realtà incresciosa, e cioè che il nostro paese non ha mai chiuso i conti con il terrorismo degli anni di piombo da nessun punto di vista, né giudiziario, né storico, né politico, e nemmeno morale? Tant’è che ancora negli ultimi anni ci sono stati due omicidi, Marco Biagi e D’Antona, firmati con la sigla Nuove Brigate Rosse…

Nuove, ma nate già vecchie, anzi morte. Teniamo sempre presente che il terrorismo italiano era ed è come tutti gli altri tipi di terrorismo e cioè una schifezza immonda, ma rispetto ad altri ha una peculiarità: la sua origine è puramente ideologica. Non avevano e non hanno nessuna causa identitaria da difendere, come può essere per esempio per i baschi dell’ETA o per gli irlandesi dell’IRA. Non avevano e non hanno nessun popolo dietro di loro. Erano e sono soli. Si appellavano alla resistenza antifascista, ma i loro metodi erano fascisti e la loro versione della resistenza era solo un cumulo di balle, e oggi Pansa lo sta dimostrando (non è un caso se tanta gentaglia ha fatto di tutto per metterlo a tacere durante le sue presentazioni finché non le ha sospese). È pazzesco che perfino in Irlanda del Nord si sia arrivati a qualcosa di molto simile a una pace, e invece qui c’è chi continua a usare la violenza per una causa che dovunque abbia vinto ha portato a terrificanti dittature, e dunque ad altro terrore, disumanità, povertà.

Dicevamo, l’origine ideologica. Come si perpetua un’ideologia? Chiudendo gli occhi sulla realtà. Creando ad arte una falsa coscienza della realtà. Come? Con le parole. Dove? Nelle aule di scuola, per esempio, con mezze frasi, reticenze, sottintesi… Con la cooptazione via tessera di un partito, anzi del Partito, il PCI. Il depositario della verità sulla resistenza e sul terrorismo. Serve naturalmente la distrazione della parte politica opposta, quella DC di potere che si disinteressava alla cultura, tanto aveva già il potere, no? Ma torniamo a sinistra. Negli anni del commissario Spada, umile servitore dello Stato, molti intellettuali di sinistra gridavano: “Né con lo Stato né con le Br”. Quanti disegnatori sono nati e cresciuti sentendo quelle parole? Decine, centinaia, migliaia, perché quella raccapricciante neutralità è divenuta piano piano una posizione dominante nella coscienza collettiva, a furia di reticenze, smemoratezza, distrazione. Per comodità e per vigliaccheria si è evitato di approfondire certe cose.

Oggi qualcosa forse sta cambiando, c’è stata perfino un’orazione civile a Milano con lettura di brani del libro di Mario Calabresi. Ma molto deve ancora cambiare. Anche perché oltre alle Nuove Brigate Rosse c’è un altro fenomeno che naturalmente non interessa a certi intellettuali dei miei co***oni: il terrorismo islamico su scala planetaria. Ed ecco allora lo slogan attualizzato: “Né con Bush né con Al Qaeda”. Eh sì ragazzi, perché ci piaccia o no, è Bush che ha reagito per difendere la nostra libertà. Mica l’ONU. Mica D’Alema. Inoltre sarebbe ora di finirla anche con le reticenze su Hamas, su Hezbollah, sull’Iran, su Al Qaeda, sugli esiti della guerra in Iraq, in realtà ben più positivi della vulgata del tiggì delle 20. Che tristezza. Spada mio, dove sei??? Di fronte all’ignoranza, alla malafede, alla confusione, al caos, all’anarchia, io sento il bisogno di uno come te. Di un simbolo che dica dove sta il bene, dove sta il male, e che mostri il lato buono del potere.

Che palle la politica senza ironia

Stavo per fare un post sul buonumore, sentimento a bassissima diffusione intorno a me e dentro di me, ma poi mi hanno segnalato una notizia che la dice lunga sul senso dell’ironia di certi politici nostrani. Su Repubblica apprendo che Berlusconi, alla domanda di una studentessa su come sia possibile "per le coppie giovani mettere su famiglia senza la sicurezza di un posto, e un reddito, fisso", abbia risposto: "Io le consiglierei di sposare mio figlio o un milionario". E’ facile immaginare che lo abbia detto con il suo sorrisone più ammaliante e con la sua aria più gigiona. E’ facile immaginare anche che alla battuta sia seguita una risposta seria, e infatti il giornalista ci informa che il leader "ha elencato le proposte contenute nel programma del PDL per aiutare i giovani, dalle agevolazioni sui mutui al piano-casa". Ma non è bastato. Tutto ciò ai moralizzatori della sinistra non interessa. Infatti eccoli lì subito col dito puntato. Franceschini, numero 2 del Pd: "Come italiano mi vergogno delle parole di Berlusconi". Gulp. Come italiano addirittura? Bertinotti, il santo patrono dei precari, non è da meno: "Penso che in qualsiasi paese un leader politico […] sarebbe costretto a scusarsi per quella battuta offensiva". Ma ragazzi, ma siamo matti? Scusarsi per una battuta? Una cosa è ridere ai funerali dei nostri soldati – come ha fatto il moralizzatore ecologista Pecoraro Scanio – un’altra cosa è sdrammatizzare un problema serio e contestualmente dare anche una risposta politica. Ma forse effettivamente il Berlusca un errore imperdonabile l’ha fatto: non aver sollevato il cartello con la scritta "questa è una battuta".

cartello(Courtesy of Surjak)

Ferrara è con le donne. Ma le donne lo sanno?

Non so che cosa abbia scritto Ferrara sul Foglio di ieri, ma a sentire le cifre dell’affluenza, la sua manifestazione di Roma indetta per l’8 marzo non è andata bene. Solo due o trecento donne presenti a piazza Farnese, mentre un fiume di donne inondava il resto della città. Per me che sono convinto della sua buona fede l’interrogativo è: perché? La mia risposta è che Ferrara fa fatica a rompere innanzitutto il muro della diffidenza. La diffidenza c’è ed è molto diffusa, questo è innegabile. Mi chiedo allora: perché fa fatica? La diffidenza è motivata? E infine: da cosa dipende?

Ho seguito Ferrara in alcuni dibattiti in tv e non posso pensare che Daria Bignardi, Ritanna Armeni, Maria Laura Rodotà, Gad Lerner e tanti altri siano solo degli stupidi in mala fede. Ciò che mi colpisce invece sono i loro argomenti. L’argomento principe è sempre lo stesso: "le donne devono poter decidere del loro corpo". Altro cavallo di battaglia è: "La 194 non si tocca". Ciò che però manca in quasi tutti, tranne in Barbara Palombelli che si è scontrata con lui a Matrix, è una posizione chiara sulla questione delle questioni: la nostra cultura, e di riflesso le nostre leggi, favoriscono la vita o no? O ancora: l’aborto è una tragedia da evitare il più possibile o no? O ancora: la vita è sacra o no? Si badi, io so per certo che queste domande stanno al fondo della posizione di Ferrara, perché credo nella sua buona fede. Ma se è così, allora è chiaro che il problema non è solo di scelta individuale e non è nemmeno solo legislativo. Infatti una scelta personale come l’aborto è già consentita da una legge dello Stato. L’obiezione che si fa a questo punto è "Sì ma Ferrara sotto sotto vuole abolire la 194", ma io non la prendo nemmeno in considerazione perché presuppone la sua malafede e mi rifiuto di pensarlo. Dicevamo, c’è già una legge dello Stato. Ebbene, questa legge dello Stato come tutte le leggi è importante non solo di per sé, ma perché è riferita a una cultura che le sostiene. Una cultura che si alimenta giorno dopo giorno sia nella vita della gente, sia nei giornali e nei libri. Una legge come la 194 non dovrebbe essere altro che uno strumento nelle mani della gente che la usa in base a bisogni, necessità, ma anche in base alla cultura in mezzo a cui vive. Ora, è logico che tutto sta nel vedere in quale tipo di cultura noi viviamo immersi.

E’ chiaro che se ciò che sostiene una legge come la 194 è una cultura della vita, l’aborto non sarà mai nient’altro che un estremo rimedio, una tragedia da evitare il più possibile. E di conseguenza le persone vi ricorreranno il meno possibile, e prima di farlo saranno loro stesse a chiedere un parere a chi può consigliarle sulle alternative che hanno a disposizione. Un tale tipo di cultura, ripeto, userà la legge come uno strumento, che come tutti gli strumenti è perfettibile, ha dei pregi e delle pecche. Al contrario, una cultura che nel dibattito parte dal presupposto che quella legge è intoccabile rovescia i termini. Per essa la legge viene prima della vita. Non è uno strumento in funzione della vita, ma diventa un sostituto della vita, un feticcio da difendere con le unghie e con i denti a prescindere dalle necessità e dai bisogni, perfino a prescindere dalla solitudine delle donne che dovrebbe difendere. E’ chiaro allora che per costoro chi tira in ballo l’argomento susciti subito diffidenza e scandalo. Ed ecco che per capire la diffidenza diventa necessario risalire alla cultura cui fanno riferimento i diffidenti.

E’ una cultura che ha vinto le sue battaglie negli anni Settanta, una cultura meritevole per aver introdotto nell’ambito legale l’aborto, riducendo di molto un uso barbaro come l’aborto clandestino. Una cultura che però oggi fa fatica a fare i conti con la modernità. Perché dico "modernità"? Perché oggi il problema non è più l’essere contro l’aborto clandestino. Tutti chiameremmo "barbaro" chi lo dovesse praticare. Oggi il problema è un altro. Se ci si guarda intorno e si ascoltano i pareri dei colleghi d’ufficio, non si può non vedere che "barbaro" viene considerato chi è contro l’aborto anche in caso di malformazioni. Chiedete, fate la prova, e vedrete. Come dicevo in un altro post: se per "vita" non intendiamo solo l’esistenza individuale, ma anche qualcosa di più ampio, che riguarda la società, la natura, il divino, allora l’aborto è di per sé un atto contro la vita. Ma allora, perché non battersi strenuamente per fare in modo che questa vita venga tutelata? Certo, poi Ferrara complica tutto tirando in ballo l’omicidio, la contraccezione, l’eugenetica… ma in fondo la correlazione c’è. Perché in ballo c’è il senso della vita, e cioè anche il senso del fare l’amore, per esempio. E anche qui, vedere alla voce "sesso libero" come nuovo "dogma" sociale. Se sei contro il sesso libero hai di sicuro qualcosa che non va.

Un altro aspetto della questione: gli strumenti principali di Ferrara sono il programma 8 e mezzo e il quotidiano il Foglio. Entrambi poco diffusi e dedicati a un lettore-spettatore di un certo tipo. Senza fare il ricercatore di statistica azzarderei un livello di istruzione alto o  medioalto, abitante soprattutto a Milano-Roma, massimo Torino. Molto più maschile che femminile. Molti cattolici consapevoli. Non proprio il ritratto del popolo italiano…

Bellezza e speranza – 1

Più ci penso – anche grazie ai miei viaggi mattutini in bicicletta, a post come quelli di Ernesto Aloia e di Franco Bungaro e a libri come “Le promesse della bellezza” di Stefano Zecchi (2006) – e più mi convinco che la disperazione non è l’unico esito possibile per l’infelicità o per il dolore. E che la bellezza non sia condannata a rimanere in esilio per sempre da questo mondo. Certo oggi è un momentaccio per i sentimenti, le virtù, i valori alternativi al disvalore del brutto, alla disperazione, alla volgarità, al cinismo. Sembra che tali alternative si divertano a nascondersi tra le pieghe di una realtà indecifrabile e ostile.
C’è da chiedersi dove cercare la bellezza e la speranza, e come. E’ un discorso lungo, anzi sterminato, qui non posso che procedere a spizzichi e bocconi, puntata dopo puntata, senza sistematicità.
Comincio col dire che io non so dove siano esattamente. Sarebbe presuntuoso oltre il limite della mia pur conclamata presunzione. Diciamo che le sto cercando e desidero condividere i criteri con cui porto avanti la mia ricerca.
Detto questo, partirei da due idee che riguardano il bello.
Prima cosa, non affidarsi solo alle definizioni. Di qualunque tipo esse siano, ma soprattutto se pretendono di essere esaustive. Conoscere quelle contenute nei manuali e nei libri di filosofia può servire per usarle come pietre di paragone, per giudicare se vanno bene o no ancora oggi, ma mai come le userebbe un burocrate nello stilare un documento ufficiale.
Altro concetto è che è necessaria una educazione al bello, come parte della formazione della persona. Non perché tutti debbano o possano diventare artisti, ma perché saper guardare è già un’arte, ed è un’arte profondamente democratica.
(continua)

Non era un paese per vecchi

Vincent_Van_Gogh-Ritratto_del_dottor_Gachet_icoCi fu un tempo in cui in Italia uno poteva avere un dubbio, un filo d’ansia, uno scoramento, quando pensava alla sua vecchiaia. Le menti più pessimiste potevano addirittura essere attanagliate da un’immagine ossessionante: un pensionato su una panchina del parco, solitario, malvestito, con qualche foglia d’acero sul cappello e sulla schiena, intento a leggere il giornale del giorno prima sottratto a un barbone appena defunto lì accanto. Probabilmente un vecchio amico del circolo, di prima che chiudessero il circolo. Ma poi arrivò Walter Veltroni e tutto cambiò. Il politico fugò ogni dubbio, prevenì ogni scoramento, tranquillizzò definitivamente perfino i più ansiosi. Nel suo programma delle elezioni 2008 il grande statista inserì infatti un paragrafetto dal titolo "Politiche per una vecchiaia attiva". Attiva, non passiva. Attiva, non disattiva. Via dunque la panchina, via le foglie, via il muffo quotidiano cartaceo, via il malinconico ricordo dei trapassati. Vecchi, accendete l’interruttore che c’è in voi, alzatevi, correte, siate attivi, attivatevi! Il vostro paese è con voi (breve pausa pregna di afflato) il vostro paese è tutto per voi.

In alto: "Ritratto del dottor Gachet" di Vincent Van Gogh