Ma perché parlo tanto di aborto?

Qualche anno fa, una sera ero a cena da quella che stava per diventare la mia ragazza e che ora sta per diventare mia moglie. Non so come sia venuto fuori il discorso di una gravidanza imprevista, comunque a un certo punto lei se ne esce con una frase perentoria del tipo:

“Se mi dovesse capitare, io mi tengo il bambino e mando via lui”.
Dopo essere scoppiato a ridere le ho domandato: “Ma non gli chiedi nemmeno se lo vuole o no? Magari lo vuole tenere anche lui”.
“Anche se mi dicesse che lo vuole, io non saprei mai se è sincero o se invece lo dice solo per farmi piacere”.
“E così nel dubbio tu nemmeno glielo chiedi?”
“No. E se viene non gli apro neanche la porta”.

Le sue affermazioni potevano suonare quasi come una rivendicazione femminista all’autodeterminazione, il famoso diritto delle donne emancipate di decidere da sole sempre e comunque, se non fosse stato per un particolare decisivo. Infatti lei non ha detto “Lo sbatto fuori perché solo io posso decidere”, bensì “Io tengo il bambino e sbatto fuori lui, qualunque cosa dica”. Quindi nessun dubbio sul destino della nuova vita che c’era dentro di lei. Come persona rivendicava con fierezza la sua indipendenza, ma nello stesso tempo accettava docilmente una decisione che non aveva preso lei. Quell’affascinante miscuglio di caparbietà e di obbedienza mi fece capire con quanta forza e con quanta sincerità fosse attaccata alla vita. Per quanto invadente, imprevista, non voluta, non gradita, era fuori discussione la possibilità di intervenire per negarla. L’eventualità che qualcosa si attaccasse dentro di lei senza chiederle il permesso non intaccava il suo sentimento di integrità e di libertà. Anzi, lei avrebbe premiato quel nuovo essere accogliendolo dentro di sé e proteggendolo.
Fino a quel momento l’aborto per me era solo una remota possibilità teorica che poteva riguardare solo me e una donna. Da allora invece diventò qualcosa di concreto che riguardava anche qualcun altro.

Aborto: c’è sempre un’alternativa

In questi giorni ho parlato molto di aborto, sia su questo blog sia su altri (mammenellarete, licenziamentodelpoeta). Ho affrontato con la mia solita caparbietà un sacco di discorsi teorici che mi piacciono tanto e che continuo a ritenere molto utili, benché faticosi. Così, piano piano, ho capito che la questione fondamentale è l’amore per la vita, nel suo legame con la solitudine delle donne. Solo Giuliano Ferrara rileva o considera centrale l’amore per la vita. Delle donne invece si occupano molti altri oltre a lui. Con una differenza però: l’ottica in cui viene inserito il tema della solitudine. Ma andiamo con ordine. Vi propongo un piccolo percorso: si parte con la filosofia, filosofia spicciola se volete, e si arriva a questioni più pratiche, private, sociali, politiche, civili.

Prima tappa: che cosa significa amare la vita? Può sembrare inutile chiederselo, perché pare ovvio che tutti amino la vita. Le donne che abortiscono odiano forse la vita? No. I medici che praticano gli aborti odiano forse la vita? No. E allora? Allora comincio col dire che parlare di amore per la vita può aiutare a mettere qualche punto fermo in tempi come i nostri, tempi di dubbio universale, dove sembrano esistere solo opinioni e nessuna verità, dove imperversa il “tutto è relativo”. Invece non tutte le questioni sono opinabili, alcune sono certe. Esempio: l’amore ci apre al futuro, mentre il suo contrario, l’odio, no. Pensate anche alla vostra esperienza e alle persone che conoscete. Quando si ama si è più sensibili alla speranza, si guarda sempre al futuro, perché il futuro è il luogo dove il nostro amore chiede di vivere e di dare i suoi frutti. Quando si odia, invece, no. La nostra attenzione è tutta concentrata esclusivamente sull’oggetto del nostro odio, le energie sono concentrate sull’obiettivo di arrecargli svantaggi, danni, o addirittura eliminarlo. Sono riduzioni all’osso, forse un po’ brutali, ma aiutano a fare chiarezza contro chi vuole confondere le carte in tavola.

Seconda tappa: assodato che le donne che abortiscono non odiano la vita, prendiamo l’aborto come atto in sé e modifichiamo leggermente la domanda. Chiediamoci una cosa diversa: l’aborto in sé è un atto a favore o contro la vita? La risposta è ovvia: contro. Badate, la mia non è una manovra scorretta per aggirare il problema, e anche i più scettici lo capiranno se avranno la pazienza di seguirmi. Proseguiamo. Se l’aborto è un atto palesemente contro la vita, chiediamoci perché allora è così difficile dire a noi stessi, e men che meno in un dibattito pubblico, tale semplice verità. Abbiamo paura di offendere le donne che abortiscono, di dare loro delle assassine? È una paura legittima, e in certi casi bisogna esprimersi con delicatezza infinita. Ma è vero anche che bisogna dire le cose come stanno, non nasconderle. Altrimenti finisce che certe verità elementari vengano rimosse dal discorso pubblico, il che è sempre un male.

Terza tappa: se accettiamo che l’aborto in sé è un atto contrario alla vita, il passo successivo non può che essere una cultura che difende la vita e dunque si schiera di principio contro l’aborto. Si badi che tale posizione non è affatto inconciliabile con il mantenimento della legge 194. La legge si può benissimo tenere, ma nello stesso tempo si può dissuadere le persone dall’avvalersene. Dunque la posizione che si delinea è questa: l’aborto è legale e deve rimanere legale, ma andrebbe sempre scongiurato con tutte le nostre forze, in quanto atto contrario alla vita.

Come? E qui arriviamo alla quarta tappa, le donne. Qual è il vero problema delle donne, riguardo all’aborto? Ragioniamo. Ci sono eventualità estreme: stupri o donne minorenni, per esempio. Poi ci sono eventualità più comuni: questioni economiche, malattie o handicap del nascituro, gravidanze non volute, per esempio. Qual è il punto in comune in moltissimi casi per la donna? La solitudine. Per stupri o donne minorenni la cosa è talmente evidente che non va spiegato nulla. Negli altri casi invece, anche supponendo l’esistenza di una coppia, succede spesso che la donna si trovi a scegliere da sola. Vuoi per decisione della donna stessa, vuoi per menefreghismo o vigliaccheria dell’uomo. Ma che sia lei a non voler coinvolgere l’uomo, o che sia l’uomo a eclissarsi, la realtà è sempre la stessa: la donna rimane sola con la sua scelta perché si pensa che solo lei possa scegliere.

Ultima tappa: la cultura e la politica. Le conquiste sociali del femminismo sono motivo d’orgoglio non solo per le donne, ma per tutto l’occidente. Ma oggi dobbiamo avere il coraggio di considerare anche l’altra faccia della questione con un po’ di onestà: per le donne, essere libere vuol dire troppo spesso essere sole. Ed essere sole vuol dire troppo spesso essere senza alternative. Attenzione: questo discorso non si applica solo alle immigrate povere, ma anche alle italiane benestanti. Chi nasconde questo aspetto della faccenda mente a se stesso e alle donne.

Conclusione: il primo messaggio da diffondere è che già oggi c’è sempre un’alternativa all’aborto. Si può sempre far nascere il bambino e non riconoscerlo. Naturalmente questo presuppone che si potenzino le politiche a sostegno di una tale scelta. Fornire aiuti economici e psicologici alle donne, costruire più asili per i nascituri, favorire l’adozione. In altre parole: non lasciando la donna da sola.

Erri De Luca bara sui sogni. Per questo merita disprezzo*

de luca(Aggiornamenti al post precedente)
La presentazione del libro "Io, l’uomo nero", intervista a un ex terrorista di Ordine Nuovo, è stata annullata in seguito all’articolo di Miriam Mafai da me citato nel post precedente. Non faccio in tempo a gioire per la notizia che scopro ulteriori dettagli, agghiaccianti, sulla vergognosa operazione culturale dello scrittore Erri De Luca nell’invitare l’altro terrorista citato, quello delle Brigate Rosse. Estraggo un brano da un articolo scritto da Benedetta Tobagi, figlia del giornalista Walter, vittima del terrorismo, sul Sole 24 Ore il 15 febbraio:

Un comunicato stampa sullo spettacolo “Chisciotte e gli invincibili” mi chiarisce cosa intenda De Luca con la parola “invincibili”, ossia: “tutti coloro che non si arrendono e che non smettono mai di combattere […] Questo Chisciotte è un omaggio ai sognatori che non si arrendono, a coloro che non si sottraggono al coinvolgimento, che non sono mai spettatori passivi di quanto accade. A quei seguaci delle cause perse che proprio in quanto tali sono in fin dei conti invincibili […] che non si fanno fermare da nessun campo di prigionia, da nessuna espulsione perché chi va a piedi non può essere fermato”. Invincibili sono gli innamorati, invincibile -dice De Luca- “non è chi sempre vince, ma chi mai si fa sbaragliare dalle sconfitte, chi mai rinuncia a battersi di nuovo”. Invitato a parlare di questo spettacolo, dunque, un ex BR irriducibile, nella città dove il 19 marzo 2002 Marco Biagi è morto assassinato dal piombo brigatista. Scandaloso e inquietante.

Erri De Luca dunque prende un volgare assassino sconfitto dalla storia e lo paragona alla geniale incarnazione del sognatore, anacronistico eppure sempre moderno, ridicolo eppure tragico. Il motivo di tale sconcezza è evidente. De Luca cerca di salvare la sua coscienza, ammantando di un alone nobile la sua stessa militanza in Lotta Continua. Un’operazione falsa e quantomeno di cattivo gusto. Perché i terroristi non erano sognatori. Non li si può spacciare per tali. Altro che sognatori! Il sogno è una cosa troppo seria e insieme troppo lieve per essere confusa con le farneticazioni ideologiche di quegli anni e con i loro esiti disumani. Per questo io disprezzo chi li spaccia per sognatori.
Altro piccolo aggiornamento: una lettera di Giuseppe Ardica, autore del libro sul terrorista nero, pubblicata sul blog lastorianascosta, cui segue tra le altre la mia risposta.

*upgrade del 22 febbraio: ho cambiato il titolo iniziale che era solo "Io disprezzo Erri De Luca" perché ho voluto dare più risalto al motivo.

Non sono un buon cristiano

scroce_crocefissioneL’ho capito ieri sera al corso prematrimoniale. Si parlava di perdono con don Lanfranco, il nostro parroco, e io non ho trovato di meglio che citare un bell’articolo di Miriam Mafai su Repubblica di mercoledì scorso 13 febbraio. Mafai riportava con la giusta disapprovazione due notizie di attualità riguardanti due ex terroristi, uno delle Brigate Rosse e uno di Ordine Nuovo. Entrambi condannati all’ergastolo. Entrambi in libertà provvisoria. Entrambi non pentiti. Il primo era invitato a una conferenza a Bologna dal titolo "Gli invincibili". Titolo fin troppo accattivante, notava con disapprovazione Mafai. Titolo fuorviante aggiungo io. Perché trattasi di sconfitti, conviene ribadirlo sempre. Sconfitti. E l’ex brigatista non pentito da chi veniva presentato? Dall’ottimo Erri De Luca, scrittore non pentito (non so quali siano le sue responsabilità come ex dirigente di Lotta Continua, ma dovrebbe pentirsi di scrivere come scrive). Segnare nome e cognome e ricordarselo quando si va in libreria. Il secondo ex terrorista presenterà questa settimana il suo libro "L’uomo nero". Che cosa c’è che mi indigna? Che cosa mi ha spinto a citare addirittura la Repubblica davanti al parroco beccandomi pure la sua ironia beffarda e rischiando la scomunica? C’è che questi non si sono pentiti. Non si sono pentiti. Don, ci può essere perdono senza pentimento? Il don mi cita l’esempio di Cristo sulla croce "Perdona loro perché non sanno quello che fanno". Sì don, ma questi due qui invece lo sapevano benissimo quello che facevano. E lo sanno ancora adesso, e malgrado questo non si pentono! (A questo punto la mia ragazza mi sferra una gomitata nelle costole forse temendo che mi cacci dal corso). Scrive Mafai: "La loro esibizione suona per questo come una provocazione, un insulto alle vittime delle loro sciagurate imprese, una offesa per tutti noi". E propone: "Il pentimento dovrebbe essere condizione essenziale per consentire ai colpevoli di rientrare nel circolo della vita civile". Giusto, giustissimo. Sulla vita eterna deciderà Dio, ma sulla vita civile dobbiamo decidere noi uomini. E anche sulla vita culturale. Ostracismo culturale ci vuole. La nostra bella cultura sa fare benissimo ostracismo quando vuole lei  e contro chi vuole lei. Perché non lo fa verso chi lo merita? Volutamente non cito i nomi dei due sconfitti, per non dare loro più importanza rispetto ai nomi ormai dimenticati di quelli che loro e gente come loro hanno ammazzato. Su vittimeterrorismo.it trovate tutti i nomi giusti da ricordare.

Il dopo Prodi, le grandi manovre, la mia idea di politica

La recente caduta del governo Prodi mi ha dato tre gioie: prima gioia, che la mia cena non diventerà più una veglia funebre per colpa dei suoi sospiri di contrizione, né diventerà uno spettacolo circense grazie al suo riso pacioccone. Seconda gioia, che sono finiti gli intricati e noiosi giochetti di chi voleva la legge elettorale subito, chi un po’ più tardi, chi il referendum appena dopo i pasti ma rigorosamente prima della merenda, chi invocava le elezioni immediate ma un attimino solo che vado un salto in bagno. Terza gioia, che anche un governo di sinistra è caduto per l’intervento della magistratura. Così ora magari risconosceranno tutti quanti l’urgenza di riformare sia la politica sia la giustizia.
Veniamo alle grandi manovre. Sono contentissimo della coraggiosa presa di distanza di Veltroni dalla sinistra estrema, foriera di un’ideologia funesta per l’Italia sia in termini pratici sia in termini di pensiero. E’ ora di finirla, facciamo spazio a nuovi pensieri e a nuove utopie, di stampo totalmente diverso da quella comunista. Poi, mi piace l’idea di An e del Berlusca di mettersi insieme pensando già alla prospettiva futura di unirsi in un unico partito per entrare nel Partito Popolare Europeo. Per me la direzione giusta è quella.
Leggendo le reazioni a questi fatti politici sui giornali e sui blog mi accorgo di avere un’idea della politica  piuttosto bizzarra, incomprensibile a molti, impopolare. A destra c’è sconcerto per l’ulteriore avvicinamento tra i due partiti. Io invece non sono sconcertato per niente. Non riconoscendomi totalmente in un solo partito ma in un’area, mi fa solo piacere che si compattino le fila. Nell’estrema sinistra invece è tutto un riorganizzarsi ancora e sempre intorno al vecchio e al fallimentare. Giornali e blog che ancora si riconoscono nella Falce e nel Martello vanno avanti giustamente per la loro strada, falciando e martellando il buon senso dovunque compaia, ma soprattutto in campo culturale, vedi le adesioni all’increscioso boicottaggio della Fiera del Libro (che ha dato il la perfino a una lista nera di professori ebrei stilata da un negazionista, da cui si evince quanto siano vicine nella loro idiozia le due ali estreme)*; o vedi lo scatenarsi contro la moratoria sull’aborto volutamente spacciata per ciò che non è, ossia per la volontà di cancellare la legge 194. Quando sento un Vattimo (perdonate il termine volgare) dire che è giusto boicottare la Fiera del Libro di Torino perché invitare gli scrittori israeliani è un atto politico; quando sento da più parti, non solo da sinistra, accusare Giuliano Ferrara di essere solo un portavoce della Cei (Conferenza Episcopale Italiana) e di Berlusconi, e poi invece si scopre che né la Cei né Berlusconi appoggiano la nuova iniziativa politica del giornalista… ecco, è lì che mi rendo conto che sto guardando a un’altra politica, sto sperando in un’altra politica, e riconosco il mio desiderio nelle parole dello stesso Ferrara: "Se ho uno scopo politico è ridare un senso alla politica". (Chiudo sullo sconcerto per l’annuncio che la sua nuova lista lo terrà lontano dalla conduzione di 8 e mezzo… tragedia).

*update: su pronta segnalazione di pensierinutili, in questo punto ho modificato il post originario, che risultava tendenzioso perché attribuiva tutte le colpe a certa sinistra estrema senza citare l’idiozia speculare del negazionismo di certa destra estrema.

I simboli e la vita – (update: pubblicata sul Foglio 12/2/08)

moseLo spunto mi viene da una delle tantissime lettere di adesione alla moratoria sull’aborto, tra le paginate e paginate del Foglio, dove tale Simona da L’Aquila ha scritto: "La vita è qualcosa che non ci appartiene". Piccolo shock. Comincio a pensarci. Basta una riflessione elementare per capire che la vita non me la sono data da solo, e dunque in qualche modo mi è stata donata. È come se all’alba avessi trovato un bimbo in una cesta davanti all’uscio di casa. Quel bambino è mio o no? No, perché non ha il mio sangue, e non l’ho nemmeno voluto. Chi l’ha abbandonato? Perché? E perché proprio a me? Eppure sento di esserne diventato in qualche modo responsabile. Assurdo, non si può essere responsabili per qualcosa che non è nostro. O forse sì? Su domande come questa può giocarsi il senso di un’intera vita, ma anche di un’intera cultura e di un’intera civiltà. Non si tratta solo delle virgole di una legge, di presunti diritti inalienabili, di un dibattito tra intellettuali, giornalisti, scienziati, persone comuni. Alla fine tutto ha un peso, anche le piccole scelte e i simboli. Piccole cose che però messe una accanto all’altra fanno massa. E le masse prima o poi cominciano a estendere i loro effetti su altre masse, attraendole o respingendole come magneti. Per fortuna anche il bene fa massa.

Update: questa mia riflessione che era nata da una paginata del Foglio, è stata pubblicata a sua volta sul Foglio di oggi martedì 12 febbraio, su un’altra paginata di lettere sulla moratoria per l’aborto.