Il pensiero verticale – parte 1

broadacreAFrank Lloyd Wright, progetto per Broadacre, città utopica

E’ da un po’ che mi frulla in mente un’idea, che cercherò di spiegare partendo da un confronto. Chi lavora nella comunicazione si imbatte prima o poi nel “pensiero laterale”. Il pensiero laterale consente di trovare idee nuove e strumenti efficaci per far arrivare certi tipi di messaggi a certi tipi di pubblico. La sua azione la paragonerei a un luccichio seducente, che smuove leggermente la superficie incrostata delle cose e delle opinioni, quanto basta per creare attenzione, interesse, e spingere a un’azione. Si muove, per così dire, in orizzontale, è "laterale" appunto. E così, fatalmente, i suoi tanti pregi non bastano quando in ballo c’è l’esigenza di penetrare la superficie delle cose e andare in profondità sulle questioni fondamentali del nostro tempo: libertà, sicurezza, educazione, legalità, lavoro, guerra, immigrazione, per esempio. Tutti temi che necessitano la formulazione di idee, di progetti, di visioni più ampie. Qui serve un pensiero che chiamerei “verticale”.

Che cosa vuol dire verticale? Vuol dire, sviluppando la metafora contenuta nel nome, che scavi a fondo, e che si innalzi al di sopra. Come quando si costruisce una casa, dalle fondamenta al tetto. La casa è la società democratica, un edificio in parte già eretto, in parte ancora da costruire. Sento già la critica: “Ma la gente vuole soluzioni concrete, chissenefrega dei massimi sistemi”. Tradotto nel linguaggio della metafora: “La gente vuole muratori capaci, non architetti visionari”. Si noti che questa critica, anche se fatta in buonafede, va a braccetto con quella di chi dice che non ci sono più i valori (i princìpi architettonici), ossia i fan del nichilismo. Che cosa si può rispondere a queste critiche? La metafora torna utile. In entrambi  i casi, infatti, all’origine c’è un identico sentimento: la sfiducia nel futuro. Troppo spesso oggi non si tiene nel dovuto conto il fatto elementare che la società, così come la cultura e la politica, si nutre da sempre del sentimento della fiducia, rappresentata da quella stretta di mano con cui il proprietario (la società) sigla un patto con l’architetto, responsabile di tutti i lavori, accettando il suo progetto e i suoi princìpi costruttivi. Oggi purtroppo una parte della società, della cultura, della politica, è dominata dalla sfiducia. Non sanno indicare idee, valori, progetti. Impossibile fidarsi di loro. Per fortuna, però, c’è anche una parte che conserva la fiducia.
Ma cosa vuol dire, avere fiducia? E in che cosa, in chi, si può riporla? Cioè: chi sono oggi gli architetti visionari?
(continua)