Un romanzo culturalmente scorretto

Ernesto Aloia, I compagni del fuoco, Rizzoli 24/7

L’autore si schermisce, nega di essere coraggioso e dice: “E’ venuto così e basta”. Ma questo, ai miei occhi, non fa che renderlo ancora più coraggioso. Perché vuol dire che la necessità della scrittura e della storia gli hanno donato un’onestà intellettuale tanto rara di questi tempi. Tanto per cominciare esce dalle pastoie dei canoni di un libro italiano, tipo: piattezza espressiva, giovanilismo, turpiloquio gratuito, buonismo, correttezza politica, assenza di temi forti, trentenni in crisi, famiglia in crisi. A essere sinceri, la crisi familiare c’è, e c’è pure la crisi del quarantenne. Ma proprio qui sta il fatto clamoroso: la famiglia diventa il luogo per cogliere più in profondità, per toccare con mano, aspetti della realtà che altrimenti rimarrebbero astratti, senza corpo. Infatti a innescare la crisi è un figlio che si converte all’islam, prendendo come suo modello John Walker Lindh, il famoso talebano americano oggi detenuto in un carcere di massima sicurezza. Dunque, la violenza che entra in casa tua. E qui arriva l’incredibile, il fatto culturalmente scorretto. L’autore riesce nel miracolo di dare voce, da vero scrittore, a tutte le sfaccettature: lo “schifo” sbattuto in faccia ai genitori; lo stallo pratico ed emotivo dei genitori; i pericoli reali insiti nella scelta di diventare mussulmano; il lato buono dell’islam, il lato principale, perché alla fine l’islam è una religione praticata da milioni di brave persone, prima di diventare un’ideologia della morte nelle mani di Ahmadinejad e compari, ed è sempre un bene che qualcuno ce lo ricordi. Ci sono anche i difetti, naturalmente, tipo un uso di lessico e riferimenti scientifici o militari un po’ eccessivo che appesantisce qua e là la lettura, resa invece divertente dal tono grottesco. Personalmente ho apprezzato anche il finale aperto alla speranza, altra merce rara di questi tempi. Tra i miei personaggi preferiti metto la madre del ragazzo, la prima, anzi l’unica, a fare la cosa giusta, ossia a evitare il tranello dell’autoflagellazione. Ossia: di chi è la colpa se il lato violento dell’islam ha sedotto mio figlio? Non mia, perché io non avrei mai gridato in piazza “uno, cento, mille Nassirya”. Una lezione di onestà intellettuale. Chi ha orecchie per intendere…

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Che cosa rimarrà

Le storie che un giorno racconterò avranno a che fare con quello che sto vivendo sulla mia pelle. Luoghi, eventi, persone. Qualcosa di tutto ciò mi rimane addosso, come quando si entra in una stanza calda portandosi dietro una scia del gelo di fuori. Che cosa rimarrà di amici, nemici, parenti, conoscenti? Qualcuno si riconoscerà nei personaggi, qualcuno no. Qualcuno mi sarà grato, qualcuno no. Qualcuno mi toglierà il saluto, qualcuno no. Confido sul fatto che non tutti le leggeranno.