Orgoglio del lavoro vs nullafacenti

Pietro Ichino, commentatore del Corriere, ha scritto un libro che  si intitola proprio così: "I nullafacenti".
Da lì ha preso spunto Milena Gabanelli nella puntata di Report del 20/5 "Gli intoccabili": www.raiclicktv.it/raiclickpc/secure/homePage.srv#
Odiati dai colleghi, difesi dai sindacati, foraggiati dalle nostre tasse. Che altro dire?
Sono l’unico che pensa che c’è bisogno di ridare dignità e onore a chi lavora, che c’è bisogno di nuovi modelli, di nuovi miti?

Ritratto del buonista

Per noi che viviamo in un blob vischioso, spensierato, irresponsabile; un posto in cui "buono", invece di connotare il positivo, il virtuoso, finisce per diventare sinonimo di debole, passivo, inerme, imbecille; per noi è fin troppo facile confondere il bene con il buonismo, e abbandonare così un valore sommo nelle mani viscide del buonista.
Ma chi è il buonista? Non è facile dirlo, anche perché nessuno accetterà mai di appartenere alla categoria. Il buonista non è né buono né cattivo. Né carne né pesce. Il buonista non vuole mai offendere nessuno, far male a nessuno, eppure finisce per offendere molti e fare male a tutti. Non si pone domande. A lui interessa solo conformarsi ed evitare ciò che viene considerato sconveniente, scorretto. Sceglie sempre e comunque la via più comoda, meno faticosa, più conveniente per lui.
Per esempio, se si parla di immigrazione lui non è capace di distinguere tra “immigrati” e “clandestini”,  o tra “persone per bene” e “criminali”; se si parla di manifestazioni di piazza non distingue “manifestante” da “violento”; se si parla di Chiesa non distingue “pedofilo” da “prete”; se si parla di politica non distingue “dittatura” da “democrazia”, “dittatore” da “autorità”. Non fa differenze.
Va da sé che il dialogo con lui è impossibile, ma la verità è che per lui è anche inutile. Svicolerà di fronte all’evidenza, negherà l’innegabile, giustificherà l’ingiustificabile. Ma vi prego, malgrado tutto, siate buoni con lui. Se ci riuscite.

Cosa viene prima?

Prima la cultura, poi la politica.
Prima la politica, poi l’economia.

Prima la visione, poi l’azione.
Prima l’azione, poi l’inazione.

Prima l’amore, poi la guerra.
Prima la guerra, poi la resa.

Prima la sconfitta, poi il disonore.
Prima l’onore, poi la vittoria.

Prima meritare, poi chiedere.
Prima chiedere, poi pretendere.

Prima la speranza, poi la disperazione.
Prima la disperazione, poi l’apatia.

Prima la libertà, poi il destino.
Prima il destino, poi il caso.

SuperPippo Inzaghi

E’ sgraziato, non sa dribblare, sbaglia tanti goal. Ma ragazzi, un attaccante è uno che la mette dentro, e lui ne ha messe, e tante. Un attaccante è chi ha fiuto del goal, e lui ce l’ha, altroché se ce l’ha. Per non dire la grinta, il sentire la partita, la rabbia agonistica fino all’ultimo minuto. Troppo facile, si dirà, saltare sul carro dei vincitori. Ma non è così. Io lo difendo da tanti anni, dai tempi in cui litigavo a sangue con altri amici juventini e con il mio allenatore, perché secondo loro non era nemmeno un giocatore di calcio. Cari miei, da juventini oggi starete soffrendo. Io invece, da juventino, mi inchino con gioia davanti a un vero campione.

Le visite guidate nella tua città

Una delle caratteristiche che contraddistingue chi oggi ha dai quarant’anni in giù è l’ignoranza sulla propria città. In particolare la storia, l’arte, la cultura. Tutto viene dato per scontato. Come se vedere un edificio, una statua, una chiesa, volesse dire automaticamente capirli. Come se le sensazioni che ti danno a pelle fossero sufficienti a penetrarne l’anima.
A Milano per chi vuole porre rimedio ci sono delle fantastiche associazioni che organizzano dei mini-tour alla scoperta dell’arte. Per esempio, si seguono le tracce lasciate da un movimento artistico, da una casata nobiliare, da un artista. Accompagnati da una signorina che ti racconta per filo e per segno storie e leggende riguardanti quei luoghi, quelle opere, quei personaggi. Io ho partecipato a quelle sul Gotico, sul Rinascimento, sul Liberty, sul Cenacolo di Leonardo, sul paleocristiano.
Da allora la città mi sembra più viva.

Tutti a Parigi! (Anche la sinistra)

Non so chi sia, non lo leggo mai, ma oggi mi è caduto l’occhio sul suo pezzo di sabato "Andrea’s version" e mi ha fatto ridere.

"Quindici ministri, quindici sottosegretari, trenta in tutto mentre da noi centootto. Sette donne ministro, un paio delle quali più sfiziose della Royal. Tre socialisti, uno dei quali più fascinoso di Intini. Segato in un nanosecondo il segretario generale dell’Eliseo. (…) Facciamola corta, vogliamo andare a Parigi. Sia detto con la massima delicatezza e il maggior garbo del mondo. Ma vogliamo andare a Parigi. E toccare Sarkozy. E dire quindi a Rossanda e alla Mazzonis, alla Tabboni e a De Paolis, a Mingione, Canterella, Pinnarò, a Martinotti e Mafai, e a tutta la sinistra italiana raffinata e ipersensibile con casuccia a Parigi, che abbiamo capito il loro dramma e ce ne stiamo facendo una ragione. In lutto o no, sciagura o no, sconvolgimenti o meno, quelle e quelli si tengono casuccia. Non vendesi. Bon. Assolutamente. Bon. Affittasi, peut-être?"

Mario Calabresi, vittima del terrorismo

Ieri sera puntatona del Giulianone Ferrara.
Ospiti: il giornalista Mario Calabresi, figlio del commissario Calabresi assassinato da Lotta Continua nel 1972, ed Ezio Mauro, suo direttore a Repubblica.
Argomento: il nuovo libro di Calabresi sulla bella storia della famiglia segnata da quell’evento terribile e abbandonata a se stessa fino a ieri, quando finalmente Milano ha dedicato due targhe alla memoria del padre. Finalmente, dopo le autobiografie dei terroristi, un libro che racconta anche l’altro lato di quei fatti. Con ammirevole intelligenza, lucidità, quasi serenità, si sarebbe detto. Calabresi è riuscito per tutti questi anni a non chiudersi nella rabbia e nell’odio, bensì a incanalare la sua vita all’interno di un progetto aperto al futuro e al bisogno di verità. Grazie anche a una madre straordinaria.
Ha difeso con coraggio la memoria del padre confidando nella giustizia, malgrado la grottesca situazione: si è dovuto aspettare 35 anni per dare il giusto riconoscimento all’uomo, al padre di famiglia, prima ancora che al servitore dello Stato. Perché tanto tempo? Perché le vittime sono state sistematicamente dimenticate? Perché ancora oggi l’odio e la violenza politica attecchiscono nelle nuove generazioni? Perché ancora oggi il dibattito parlamentare è ideologico e prescinde totalmente dalle vittime? Purtroppo Giulianone non ripete, 8 e mezzo non ha repliche. Ma chi possiede la tecnologia iTunes può ascoltarsi il podcast della puntata, che è anche il titolo del libro di  Mario Calabresi: "Spingendo la notte più in là", Mondadori. Da non perdere.

Sciopero della vergogna

Qual è il limite oltre il quale il diritto allo sciopero diventa lesivo nei confronti di altri diritti, altrettanto sacrosanti? Tipo il diritto di lavorare; in cui è compreso il diritto di muoversi coi mezzi pubblici in città, con treni e aerei in giro per il Paese, o per viaggi all’estero. Non sono un tecnico, ma sono certo che in Italia quel limite è stato oltrepassato da tempo, e scommetto quello che volete che le statistiche sugli scioperi ci vedono ai primi posti nel mondo.
A Milano non passa settimana senza che una parte della gente che ci vive e ci lavora non debba subire le conseguenze di una o più astensioni dal lavoro di una categoria o di un sindacato o di chissà che altro. E’ evidente che le istituzioni italiane, nazionali e locali, non riescono a garantire parità di diritti a tutti i cittadini. Infatti i diritti di alcuni valgono di più, sono più protetti, dei diritti di altri. Si potrebbe dire che è una situazione vergognosa. Se non fosse che anche la vergogna, in Italia, è in sciopero da tempo.

Ancora il mitico 68

Riporto qui il mio commento in un dibattito sul blog lipperatura. Tema del post da cui è partita la discussione, il caro, mitico 68, criticato da sinistra (ohibò).

"Un giorno ero in treno, da solo, raggiungevo degli amici in Sicilia per le vacanze. Leggevo un bel tomo di svariate centinaia di pagine, Einaudi. Di fronte a me, forse a Bologna, si siede una coppia di eterni ragazzi sui 45. Tempo due secondi per capire che o avevano fatto il 68 o lo avevano mitizzato, o tutte e due le cose. Lui mi guarda, forse riconosce la casa editrice e mi chiede in tono complice, informale, da compagni di classe: "Sei studente?" Io: "Sì, Filosofia". "Dove?" "Statale di Milano". Lui: "Cosa leggi?" Io: "L’Iliade". Lui, totalmente spiazzato, aggrottando le sopracciglia: "Ma ancora queste cose vi costringono a studiare??". Io: "Veramente lo faccio perché non l’ho ancora letta tutta e mi sento ignorante". Lui mi guarda come si guarda un marziano. Da quel momento non mi ha più rivolto la parola. Se la sarà presa?
Morale: che li si guardi da destra o da sinistra, la stragrande maggioranza dei sessantottini non ha studiato e crede pure che sia stata una grande conquista. Imperdonabile, per chi vuole cambiare il mondo."

Sarkozy, belle idee, bello scontro, bella vittoria

Per quanto posso giudicare io, che non sono un esperto di politica francese, ciò che rende bella la vittoria di Sarkozy sono le sue idee e la bellezza del confronto elettorale. Un bello scontro tra due avversari capaci di usare toni pacati e un linguaggio concreto. Per quanto posso giudicare io, ha vinto chi ha proposto idee e parole nuove, catturando il desiderio di cambiamento. Parole come "rispetto dell’autorità, orgoglio del lavoro, senso di responsabilità". Che poi tanto nuove non sono, a bene vedere. Sono "diventate nuove", originali, deflagranti, da sussurrare solo in privato, come i carbonari, solo dopo il 68. Ops, non vi ricorda qualcosa?
E allora, viva il coraggio, viva Sarkozy, "vive la France"!