Mi piace molto questa espressione. L’ho trovata in alcuni libri e articoli, ultimamente, quasi sempre in relazione ai valori cardine della nostra cultura, come la libertà o come il dovere della reciprocità nel dialogo tra stati, tra religioni, tra culture.
Sa molto di Vangelo, quando Gesù provò a insegnare agli uomini a dire "sì" quando si deve dire "sì" e a dire "no" quando si deve dire "no". Molto semplice e molto giusto, mi sembra. Sì, ma allora perché così tanta gente non riesce proprio a farlo? E perché chi invece ci prova viene sistematicamente accusato di essere dogmatico, fanatico, e di non saper dialogare? A me, per esempio, è capitato più volte.
Appena dici che qualcosa non è negoziabile, apriti cielo. Devi essere disposto a negoziare tutto, a relativizzare tutto. Fino al paradosso, per esempio, che la libertà della democrazia israeliana varrebbe tanto quanto la libertà dell’Iran totalitario di radere al suolo Israele. Oppure, quando il papa pretende legittimamente la reciprocità nel dialogo con l’Islam, i leader islamici avrebbero tutto il diritto di offendersi e di chiamare la gente in piazza a insultare il papa. E molti commentatori occidentali, da buoni relativisti, si preoccupano di prendere le distanze dal papa, ma non fanno parola dell’oggetto del contendere, cioè il dovere della reciprocità. Bah. Paradossi della dialettica relativista.
Ed ecco la mia domanda: c’è qualcosa, per voi, che non è relativo? Che è, appunto, "non negoziabile"?

New York Times, pensieri su

nytimesNe ho qui una copia presa in America, tuesday, april 3, 2007. L’ho tenuta perché a pagina 3 c’è la foto della casa del mio eroe cinese di qualche giorno prima, scattata la notte in cui la sua resistenza è finita. Ebbene sì, si è arreso.
Ma si è arreso anche il New York Times, che tra qualche anno non sarà più stampato, esisterà solo online. Segno dei tempi, Sign of the Times, cantava Prince.
Che bella impaginazione, pulita, sobria, un invito alla lettura. Sulla prima pagina si vede perfino a colpo d’occhio la data e il prezzo! "Dettagli" che in Italia – fateci caso – sono sommersi in una discarica di specifiche e controspecifiche burocratiche: cumuli di immondizia fin dal primo sguardo. Non sto neanche a dire che la mia impaginazione preferita è quella del Foglio, ricalcata dal Wall Street Journal.
Infine, il motto riportato in alto a sinistra: "All the News That’s Fit to Print". Tutte le notizie che vanno pubblicate. Una filosofia dell’informazione che merita un’attenta riflessione da queste parti, nel paese delle magistrature incontinenti (e mai punite) e dei giornali dalla pubblicazione facile.

Lettera a mio nonno comunista

Nonno, di te mi fido perché sono certo che tu eri in buona fede.
I comunisti chiamavano in piazza voi braccianti giustamente incazzati con i padroni delle terre. La Sicilia appena liberata dai nazi-fascisti, volevate liberarla insieme dai latifondisti. Bene. Anche la nonna, comunista e contemporaneamente cristiana, era in buona fede. Cantava allegra "una coscia qua, una coscia là, evviva la mia libertà!", con i grani del rosario ancora caldi tra le dita. La vostra terra era bella come voi, piena di contraddizioni, semi-arcaica, inconsapevole delle devastazioni culturali ancora da venire. Ma il vostro comunismo ruspante, che per vostra fortuna non avete mai aggiornato, è stato solo un tassello di un mosaico sempre più grande, più invasivo, più brutto. Tu hai visto crollare il Muro, ma ti sei perso mille altre cose. Per esempio i rivoluzionari da salotto, i radical chic, protagonisti di una stagione tanto illusoria quanto nefasta per l’Italia, a conti fatti. Già, ma qualcuno, quei conti non li ha ancora fatti. Non parlo di te – che a mala pena sapevi contare i denari dello stipendio – e che oggi non ci sei più. Parlo dei padri, dei figli, dei nipoti di quella sottospecie di rivoluzione, che non li vogliono fare. E il peggio sai qual è? Che l’incapacità di farli non è un problema soltanto individuale, o di piccoli gruppi, o di segreterie di partito. Fosse così, chi se ne importerebbe? Invece questa grande lacuna politica porta con sé molte gravi conseguenze, che si ripercuotono sulla vita di tutti gli italiani. Una delle più pesanti è la difficoltà nel riconoscere la vera priorità della politica attuale: il terrorismo. E, di conseguenza, la necessità morale e politica della lotta contro di esso e contro i suoi emissari politici. Sì, nonno, non la vogliono vedere né affrontare come si deve. Sentono come dovere primario l’obbedienza al fantasma dell’U.R.S.S., che continua ad aizzare i braccianti della cultura contro l’America e Israele. E siccome l’informazione, la cultura, l’opinione la fanno loro, capirai la gravità della cosa. Nonno, io ti chiedo, se lo sai: come ha fatto la sinistra italiana ad allontanarsi tanto dal pensiero, dall’amore, dalla pratica della libertà? Spero solo che siano in buona fede. Forse il cinismo sarebbe anche peggio dell’ignoranza.

Fiamma Nirenstein, guerriera della democrazia

Ormai si sarà capito che nel mio mitizzare persone viventi c’è della giocosità: è il gioco di un bambino spaesato che cerca punti di riferimento.
La Nirenstein, giornalista e scrittrice, la mitizzo perché rappresenta la parte più sana e più vitale di un’Europa stanca e malata. Perché ha il coraggio di inchiodarci alle nostre responsabilità, nonché alle virtù che vorremmo dimenticare di possedere. Il suo ultimo libro “Israele siamo noi” (Rizzoli) è un’accesa perorazione della causa di Israele, nonché una dolorosa presa di coscienza della passata pavidità dell’autrice stessa di fronte alla visione ideologizzata, stereotipata, distorta, portata avanti da quasi tutti gli intellettuali e i giornalisti europei.
Del suo discorso, serio e documentato, sento di condividere queste posizioni:
-Israele è uno Stato legittimo, ed è sotto assedio dal giorno della sua nascita. Questi due fatti fanno crollare il castello di carte ideologico che da 60 anni ci impedisce di vedere la realtà: quella di Israele è una legittima guerra di difesa contro un nemico non “simmetrico”, il terrorismo. Con tutta la tragica realtà che una guerra del genere porta con sé.
-Israele è il baluardo dell’Occidente e noi europei abbiamo il dovere morale e politico di sostenerlo e di dichiarare esplicitamente questo sostegno. L’attacco a Israele, come quello alle Torri Gemelle, è frutto dell’odio di governi come Iran e Siria, che finanziano e armano le organizzazioni terroristiche Hamas ed Ezbollah. I quali sono un pericolo mortale non soltanto per i cittadini di Israele, ma anche per i palestinesi stessi, vergognosamente manipolati e usati come kamikaze e come scudi umani. Difendere Israele significa difendere la sua storia meravigliosa, che rappresenta il meglio della nostra civiltà nel suo sforzo costante per costruire un mondo migliore, più democratico, più libero.