Cultura di destra, dove sei? (parte 2)

Bene, miei attenti, educati, acuti lettori. Abbiamo appurato che in Italia la grande maggioranza di chi fa cultura, opinione, educazione, informazione, arte, è di sinistra. Ora rimangono molte altre domande che meritano di trovare degna risposta. E chi meglio di noi?
Ora, io propongo di partire da:  “Che cos’è oggi la cultura di sinistra?”
Così posso dire che cosa non mi va giù e quali alternative ci sono.
Tre argomenti:

Pacifismo. Posso capirlo in quanto volontà di manifestare in piazza l’amore per la pace. Ma la politica estera di un Paese è un’altra cosa. L’alto principio ispiratore deve essere la Pace, ma le vie per raggiungerla devono poter contemplare anche l’uso della forza. Altrimenti sapete quali sono i risultati? Che i terroristi agiscono semi-indisturbati e in più il politico cinico sfrutterà la piazza pacifista per i propri fini elettorali. Dunque io dico: “Pace sì, pacifismo no.”
Relativismo. È il celebre “Tutto è relativo”. Ad esempio, vuol dire mettere sullo stesso piano la nostra libertà con le azioni abominevoli dei terroristi (definiti da un giudice “resistenti”) o quelle di totalitaristi come l’iraniano Ahmadinejad che vuole radere al suolo Israele. La libertà non è relativa.
Ipergarantismo. Le sacrosante lotte sindacali dei decenni passati sono purtroppo degenerate e hanno generato un figlio illegittimo. È la difesa a oltranza di una categoria di lavoratori dipendenti, che prescinde totalmente dai loro meriti e dai loro demeriti. Il caso più clamoroso è l’insieme dei nullafacenti (Piaga di cui si è occupato, per esempio, Pietro Ichino). Inamovibili malgrado la totale improduttività.

Non è ora di cambiare cultura?

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Cultura di destra, dove sei? (parte 1)

In un Paese in cui la parola “cultura” è sinonimo di “cultura di sinistra”, io che sento la mancanza di una cultura di destra come valido contraddittorio vorrei aprire un dialogo sia con chi si riconosce nell’una sia con chi si riconosce nell’altra. E sono convinto che per cominciare, una delle cose più importanti e proficue sia partire dal riconoscimento di un dato di fatto: la grande maggioranza di chi fa cultura e opinione in Italia appartiene alla cultura di sinistra.
E parlo di:

-giornalisti
-scrittori
-autori e conduttori radiofonici
-autori e presentatori televisivi
-cantanti
-editori
-professori universitari
-professori di liceo
-insegnanti delle primarie

A spanne, direi l’80%. Tutti d’accordo almeno su questo?

Israele, utopia e realtà

Nella mia vita ho conosciuto personalmente pochi ebrei, ma di tutti mi hanno colpito le stesse cose: l’intelligenza, l’umorismo, l’orgoglio. Ho sempre avvertito in loro qualcosa di profondamente diverso da me, tanto diverso da allontanarmi, da respingermi: il senso di appartenenza.
Piano piano, però, ho capito che quella era la loro forza, e il mio sentimento di lontananza si è trasformato in ammirazione. In questi ultimi anni le bandiere israeliane bruciate nelle infami manifestazioni di piazza, italiane e non, su di me hanno avuto l’effetto di aumentare l’odio contro il razzismo e contro la politica apertamente anti-israeliana da parte dell’URSS, e quella strisciante della sinistra italiana.
Sempre di più aumenta il mio interesse per la loro cultura. Mi chiedo: che cosa tiene così uniti gli ebrei da secoli? Che cosa rappresentano per noi che li guardiamo dalla sponda opposta del Mediterraneo?
Finalmente, leggendo “Israele in bianco e nero” di Giovanni Russo, giornalista del Corriere della Sera, trovo qualche risposta. Come scriveva lui alla fine degli anni ‘60, sono convinto che Israele “mi riguardava, ci riguardava direttamente. Non si tratta di quel sentimento di colpa che tutti proviamo di fronte agli ebrei e che si può scambiare per solidarietà. È soltanto la scoperta che non possiamo sentirci estranei allo sforzo della nostra civiltà che sta cercando di costruire una società più giusta e più umana, anche se, fortunatamente, senza pretese di perfezione. Il successo o il fallimento di quello che si credeva fosse il sogno di un gruppo di visionari significano il nostro successo o il nostro fallimento di uomini liberi”.

Odio contro Libertà

Uno può avere tutte le idee politiche che vuole e può sostenerle quanto vuole – soprattutto in rete, dove non si contano blog e commenti di ogni genere – ma di fronte a certe coincidenze chiunque dovrebbe riflettere.
Oggi scopro che stanno per uscire due film sulla morte di due uomini politici, George W. Bush e Silvio Berlusconi. L’americano ha già vinto il premio della critica al Festival di Toronto, l’altro esce in una ventina di sale italiane. L’italiano è stato scritto e girato da un certo Berardo Carboni, classe 1975, e ne ho notizia dal Giornale di oggi. Dell’altro ho visto stamattina il poster per strada, con l’immagine di una bella lapide. Il sito è http://www.mortediunpresidente.it.
Ora, politicamente la si pensi come si vuole, ma se si guarda ai fatti, che cos’hanno in comune i due leader? La lotta per la libertà. Nei fatti e nei simboli. Una realtà, evidentemente, difficile da digerire per chi a parole si batte per lo stesso ideale, ma poi si comporta in tutt’altro modo. Nelle manifestazioni bruciano bandiere americane e israeliane, cantano cori contro i nostri soldati, e alcuni addirittura riesumano le Br.
L’odio è un sentimento molto pericoloso. E chi lo fomenta ha gravi responsabilità. Per esempio giornalisti, intellettuali, politici italiani che blaterano ogni giorno di un presunto “regime” – come Marco Travaglio, che non a caso recita nel film contro Berlusconi – e di altre boiate del genere, farebbero meglio a stare più attenti. E anche dai cineasti, visto il loro potere di suggestione, mi aspetto che abbiano più buon gusto, quantomeno.