Mirko e Mauro Bergamasco, eroi del rugby

mirko bergamascoI miei eroi della settimana sono loro due, i fratelli che prendo come simbolo di tutta la squadra italiana di rugby, vittoriosa sabato per la prima volta in Scozia.
Magari li avete visti anche voi nel divertente spot in cui si contendono l’ananas con le massaie al supermercato. Ho scoperto da poco quanto sia bello e appassionante il rugby. Sport per energumeni giocato da gentiluomini, diceva qualcuno. Ed è vero. C’è la bellezza del gesto sportivo, gli scontri cruenti, il guadagnare centimetro dopo centimetro con sforzi sovrumani, la corsa liberatoria, ma non solo. Per esempio, l’energumeno colto in fallo ascolta le parole dell’arbitro e grugnisce rispettosamente in segno di assenso. Se invece prova a protestare, si becca dieci minuti di sospensione. Poi ci sono i rituali che ancora non conosco bene ma già mi piacciono, gli applausi di incoraggiamento e altro.
Infine a freddo, dopo l’esaltazione per la battaglia, mi soffermo a pensare all’eroismo nello sport. Sarà che mi ha stufato la nota, triste frase di Brecht “felice la terra che non ha bisogno di eroi”, ma io mi sono accorto di avere bisogno di eroi. Forse sui campi di rugby aleggia un oscuro ricordo, o forse un fausto presentimento, del loro significato originario, il legame con l’ origine e col destino.
Forse Mirko e Mauro non ci fanno caso, ma le loro vittorie e le loro sconfitte ci dicono qualcosa su chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo.

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Camillo Langone, giornalista

Diretto, puntuto, implacabile.
Ogni giorno lancia i suoi strali, sfoga i suoi malumori, apre al lettore squarci di luce. Se c’era qualcuno che non sopportavi, ma ancora non ti era chiaro il motivo, lui te lo dice. Se c’era qualcosa che tu presentivi in modo vago, lui te la squaderna davanti agli occhi in poche righe. Sommo nell’arte dell’insultare a sangue, ma senza volgarità gratuite; duro, ma capace anche di commuoversi. Fa sempre nomi e cognomi. Dice cose che in un altro Paese, con un’altra cultura e con un’altra stampa, sarebbero ovvietà. Ma qui e oggi non lo sono. Una a caso: in città non possono esserci diritti senza doveri, nemmeno per gli extracomunitari. E’ fissato con l’Italia e con la religione cristiana, tanto che la sua rubrica si intitola “Preghiera”. Vi si trovano perle come “la cultura è innanzitutto culto”.
Lo trovate a pagina 2 del Foglio, o sulle pagine culturali del Giornale. Come dire: oggi come oggi l’anticonformismo, il politically uncorrect, non cercatelo nel politically a sinistra…

Lo so, ci sono ricascato, ho di nuovo mitizzato un uomo, ma che volete, è più forte di me.

Giuseppe Conte, poeta

Lo so, non si può e non si deve mai mitizzare un uomo. E allora lascio perdere l’uomo, la bella persona che è, e mi limito a mitizzare solo il poeta che c’è dentro di lui. In questo modo, però, succede una cosa strabiliante: le prospettive si rovesciano, l’uomo stesso diventa una parte di qualcosa di più grande di lui, diventa poesia.
Leggere Conte ha su di me questo effetto. Fa intuire analogie, legami profondi che uniscono le cose più lontane, l’intimo con la natura, i sentimenti con l’infinito. Parla di amore, angoscia, eros, vecchiaia, città, natura. Ogni verso è pervaso dall’energia inesauribile, "incessabile" della vita, della morte, della rinascita. La parola è densa, tanto nel grido entusiasta quanto nel sussurro angosciato.
C’è musica, ritmo, pur senza scadere mai nella stucchevole riproposizione di forme ormai vuote. C’è anche il coraggio di sfidare la consuetudine al componimento breve e al verso brevissimo, per esempio con un poemetto dedicato a suo padre morto che fa venire i brividi per l’intensità. Del resto per lui "I poemi nascono così: la vita / è sorella di latte della morte".
Ci sono pensieri filosofici, sensazioni fisiche, umori, elementi naturali.
Una poesia e un’interiorità che non si ripiegano mai in se stesse. Cercano sempre la luce.

Tutti dobbiamo scendere verso il Padre.
Dobbiamo tutti diventare ombre,
o vigne di luce, o forse perderci
nel caos di prima di ogni nascita.
E’ Padre tutto ciò che fa nascere.
E’ Padre il fallo alto e l’altare
tutto quello che per generare
si erge ed esce da sé e si consuma.
Scenderemo esitando come una piuma
prima di posarci dove? In che fiume
morto, su che prosciugato mare?

Titoli più recenti ma non facili da trovare, a parte l’ultimo, uscito da poco:
L’Oceano e il ragazzo (BUR)
Dialogo del poeta e del Messaggero (Mondadori)
Canti d’Oriente e d’Occidente (Mondadori)
Ferite e rifioriture (Mondadori)

La pipa

Quante persone conoscete che fumano la pipa? Io nessuna, purtroppo.
A casa dei miei ce n’erano due su un piccolo piedistallo. Mai fumate, credo. Non erano pregiate, ma la loro linea sinuosa, curvata verso il basso, e il loro profumo di legno erano un invito irresistibile per me. Infilando il bocchino smaltato tra le labbra e succhiando veniva su l’aroma, ma in breve tempo si riempiva di saliva e non era più tanto piacevole, un po’ come il flauto che si suonava alle scuole medie.
E il tabacco? Niente tabacco. Dovevo accontentarmi di aspirare e soffiare saporose nuvolette bianche in compagnia dei personaggi dei libri e dei film, preferibilmente in calde e ovattate biblioteche di legno, cariche di volumi impregnati di aromi. L’altra sera l’ho rifatto con M e con il Governatore della Giamaica in 007 Licenza di uccidere.
Non puoi parlare in fretta, mentre la fumi: le boccate amplificano le pause. Devi anche riaccenderla spesso, e ciò esclude le attività manuali. Dunque ozio e profumi, ozio e lettura, ozio e lenta conversazione.
Goduria.