Sul destino di libri e fiori

Milano, piazza Cairoli.
Sul lato verso piazzale Cadorna, di fianco al teatro Dal Verme, ci sono alcuni chioschi, piccole casupole verde scuro che nella penombra, quando sono chiuse, a una fantasia allucinata possono sembrare funghi elefantiaci cresciuti sulle radici degli alberi. Fino alla settimana scorsa, tre dei chioschi erano occupati da librai, uno da un’edicola, uno vendeva guide turistiche, magliette, gadget, uno era chiuso, uno era un fioraio.
Da qualche giorno, però, c’è una novità: uno dei librai ha chiuso i battenti, e al suo posto è spuntato un fioraio. Cosa ci sarà mai dietro questo evento? Un lavoratore milanese che si è garantito una bella pensione con un ricco contratto di vendita? Un immigrato del Bangladesh che ha soffiato il posto di lavoro a un milanese? La lunga mano della lobby dei fiorai che sta prendendo possesso del cuore finanziario di Milano? Il nobile mercato dei libri usati che cede il passo al futile smercio di fiori e piantine?
A me piace pensare, romanticamente, che il destino dei libri sia intrecciato indissolubilmente con quello dei fiori: per ogni vecchio libro che scompare dalla faccia della terra, c’è un nuovo fiore pronto a prendere il suo posto.

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Sogno

Alle mostre d’arte non ci sono solo artisti, amici, parenti, critici.
Per capire i quadri esposti non è necessario essere laureati.
A teatro si riesce a capire quando inizia e quando finisce lo spettacolo, dov’è il palcoscenico, chi ci sta sopra, cosa fa, con chi e di cosa sta parlando.
Al mercato si continua a comprare, a vendere, a dare e a prendere fregature, com’è sempre stato da che mondo è mondo. Ma le guardie vigilano e i giudici puniscono con severità o con indulgenza, secondo necessità.
E in caso di guerra non mettono i bastoni tra le ruote dei Servizi Segreti.
E l’esercito ci va, alla guerra, mentre la gente guarda con ammirazione e applaude accorata per incoraggiare i soldati, perché anche le madri sanno che è triste avere un figlio che muore in guerra, ma è nobile essere un figlio che muore in guerra.
I politici continuano a stringere patti con gli industriali, gli imprenditori, i finanzieri. Ma lo fanno alla luce del sole e lo dicono ai giornali.
I giornali continuano a essere foraggiati da industriali, imprenditori e finanzieri, perché così è sempre stato, da che democrazia moderna è democrazia moderna. Ma i politici e gli imprenditori e i finanzieri vanno alle mostre d’arte, a teatro, e leggono i libri dei poeti e degli scrittori.
Per imparare che cos’è la bellezza.
Le pagine dei libri sono piegate, sgualcite, quasi illeggibili da quanto sono consumate.
Ma soprattutto – poiché tutto ha origine da qui – i personaggi dei libri sono vivi. Abitano nel mondo come in un tempio, hanno nei polmoni il respiro infinito della natura, e negli occhi la luce di un sogno meraviglioso.

Ecco cosa ho sognato un giorno, invece di andare a una mostra d’arte.

Arrivano i nostri? Forse che sì, forse che no.

Voglio parlare dell’assenza di Esercito e Servizi Segreti dalla vita quotidiana di un italiano di 33 anni e da quella politica di una moderna nazione democratica.
Qualcuno di voi può dire di conoscere la struttura, il funzionamento, il senso delle Forze Armate Italiane e dei servizi di Intelligence? Io conosco solo quelli americani. Non ricordo libri, film, sceneggiati, reportage, che abbiano come protagonisti soldati, generali, agenti italiani. A parte il cinema antimilitarista degli anni ’50. E a parte la vicenda Calipari e la vicenda Abu Omar, su cui non a caso è così difficile farsi un’idea chiara e non ideologizzata.
La memoria bellica dei nonni si è persa. In compenso, letteratura, cinema e fiction nostrani arruolano legioni di coppie in crisi, trentenni e quarantenni in crisi, anziani non più in crisi. Congedo per tutti!
L’assenza di Esercito e Intelligence mi pare molto significativa perché è l’indice di una cultura dominante che ha fatto del pacifismo – da non confondere con la pace – uno dei suoi assi portanti. Un pacifismo ideologico, cieco e sordo, che rende ciechi e sordi anche noi, privandoci di conoscenze e informazioni essenziali. Chi ci difende? Come lo fa? Da chi? Perché? Il silenzio su tutto questo ha del ridicolo. Forse che ci vergogniamo di averli? E dove sono i giornalisti, gli scrittori, i cineasti?
Ma la cosa diventa anche grave quando ha delle ricadute nefaste sulla nostra politica internazionale, in particolare nella presente lotta, anzi nella guerra al terrorismo. Uno Stato democratico, e dunque per sua natura aperto e vulnerabile dal punto di vista della circolazione delle persone, non può permettersi di portare avanti una politica internazionale improntata all’ideologia pacifista – ripeto: altra cosa rispetto all’idea della pace. Uno Stato che agisce così è uno Stato irresponsabile.
Forse, se ne sapessimo tutti un po’ di più, ci sentiremmo anche più responsabilizzati.

PS: Specifico che ho fatto il Servizio Civile e approvo la decisione di rendere la leva volontaria; dunque non conosco dal di dentro le due istituzioni, né ho interessi personali per difenderle. Né si tratta di idealizzare alcunché, perché non ho dubbi che siano pieni di difetti, inefficienze, ritardi etc.

Anche i poveri ridono

Lo avrete visto in giro, il poster del Partito della Rifondazione Comunista che inneggia all’aumento delle tasse con lo slogan “Anche i ricchi piangano”.
Chissà perché, ma ho l’impressione che non piangerà proprio nessuno, almeno fra quelli che se lo meriterebbero davvero. Anzi, io sono il primo che già se la ride. Un riso sguaiato, irrefrenabile, che però mi lascia dentro una desolazione altrettanto difficile da arginare. Sarà forse che non sono così ricco da sentirmi minacciato, né così povero – materialmente e spiritualmente – da gioire delle disgrazie altrui? O non sarà, invece, che essendo cresciuto a ostie e vino, non ho mai capito bene la divisione della società in classi e ceti, né tantomeno il motivo per cui dovevo odiare uno che mi veniva spontaneo amare come me stesso?
Eppure credo di essere in buona compagnia.
Ridono con me gli evasori fiscali, che continueranno a essere ricchi fingendo di essere poveri.
Ridono i ricchi, i quali tutti indistintamente, si sa, nella vita non fanno altro dalla mattina alla sera, e anzi cercano sempre nuovi sollazzi.
Ridono quelli del ceto medio, perché siccome si chiama “medio”, non si sentono chiamati in causa.
Ridono i poveri, perché sanno benissimo che dalla povertà non li salveranno i comunisti, rifondati o meno che siano.
Se l’idea di giustizia è questa, poveri noi.

N.B.: I più sensibili avranno rilevato che due delle risate si distinguono dalle altre: una perché è destinata a trasformarsi ben presto in pianto (vi dò un aiutino: non è quella degli evasori); l’altra perché è di rassegnazione. Notare a quali classi appartengono questi poveracci.

Per Anna Politkovskaja, giornalista

Tempi duri quando una giornalista viene ammazzata per quello che scrive. Tempi e luoghi duri, come la Russia e la Cecenia di oggi.
L’ho incontrata l’anno scorso a Mantova, dove si trovava per presentare il suo libro “La Russia di Putin” (Adelphi edizioni). Figura slanciata, movenze controllate, sguardo attento. Ma quello che non dimenticherò mai è il sospetto con cui si guardava intorno, che a tratti, in presenza di sconosciuti, diventava perfino allarme. Così ho capito quanta paura avesse, e questo suo sentimento, per empatia, mi ha avvicinato alla realtà delle cose.
Tempi duri, ragazzi…

Emanuele Crialese, il regista che non deve emigrare

Ho visto il film “Nuovomondo” la settimana scorsa a una presentazione per noi pubblicitari. Come ha confidato pubblicamente il regista stesso al termine della proiezione, godendosi gli applausi calorosi e l’attenzione viva, tutti l’avevano messo in guardia dalla categoria. Freddi, spocchiosi, snob, con una predisposizione invincibile al “carino”, giudizio insopportabile e paraculo (pardon). E invece…
Ma allora che cos’è che ha fatto il miracolo? Che cosa ha scosso le giovani brillantissime menti dei più giovani e brillanti creativi di Milano, e per estensione d’Italia, se non della galassia?
A mio avviso l’intervento a sorpresa di un elemento estraneo: il cuore. Se in un essere umano medio seduto sulla seggiola del cinema è attivo un triangolo occhi-mente-cuore, in un pubblicitario medio l’asse privilegiato è occhi-mente. Il cuore rimane un po’ discosto, un po’ in penombra a sonnecchiare. (Lo stereotipo del pubblicitario che sfrutta cinicamente il sentimento della gente non è nato per caso).
Ebbene, Crialese con la sua storia di emigranti siciliani, con le loro facce di terra, i loro piedi di fango, i loro sogni di latte, costruisce simboli e miti, figure capaci di parlare nello stesso tempo agli occhi, al cervello e all’anima.
Staccandosi nettamente, tra l’altro, dallo stucchevole cinema medio italiano, con le sue storie che non sono vere storie, ma tristi repliche della stessa menata, trita e ritrita, ideologica, noiosa. E dunque sorrido compiaciuto quando leggo la recensione positiva del Foglio di oggi (“Emanuele Crialese, il regista che si è dimenticato del suo ombelico. Non fa il moralizzatore, non vagheggia il ’68, non parla di coppie finite. E va agli Oscar al posto di Moretti”); e anche quelle che lo affossano, perché lo affossano con gli stessi aggettivi con cui io lo osannerei: “Un po’ troppo oleografico, mitografico, metaforico” (L’Espresso).
Sì, io ho bisogno di miti e di metafore, e allora viva Crialese, e speriamo che non emigri!