Tony D'Amato e Daniele Nardi, allenatori

«Non so davvero cosa dirvi. Tre minuti alla nostra più difficile sfida professionale. Tutto si decide oggi. Ora noi, o risorgeremo come squadra, o cederemo un centimetro alla volta, uno schema dopo l’altro, fino alla disfatta. Siamo all’inferno adesso, signori miei, credetemi. E possiamo rimanerci, farci prendere a schiaffi, oppure aprirci la strada lottando verso la luce».
I più svegli avranno già riconosciuto l’allenatore di Ogni maledetta domenica (Oliver Stone, 1999), mentre arringa i suoi giocatori prima della sfida decisiva. Certo, qui sul blog non si può apprezzare la voce roca, il tono ora pacato ora infuocato, le pause cariche di pathos, l’espressione del volto di Al Pacino, le suggestioni dello spogliatoio e delle divise; manca l’urlo finale dei giocatori; manca la musica che rende l’atmosfera ancora più elettrica. Ma ci sono le parole e c’è il senso, la cosa più importante.
Anche Daniele Nardi, oscuro allenatore di provincia, diceva parole simili a me e ai miei compagni di squadra quando giocavo a calcio a livello agonistico.
Nella vita privata nessuno di loro due è un esempio di condotta encomiabile, anzi. Ma lo sport è un’altra cosa. Lo spogliatoio è un mondo a parte, dove le regole della vita privata non hanno cittadinanza. Il valore, lì e sul campo, si dimostra in altri modi.
Ed essere allenati da persone così è una di quelle esperienze che una volta provate non si dimenticano. Anzi, ti mancano talmente tanto che continui a sentirle dentro anche a distanza di anni.
«Ma io non posso obbligarvi a lottare. Dovete guardare il compagno che avete accanto, guardarlo negli occhi. Io scommetto che ci vedrete un uomo determinato a guadagnare terreno con voi; che ci vedrete un uomo che si sacrificherà volentieri per questa squadra, consapevole del fatto che quando sarà il momento, voi farete lo stesso per lui. Questo è essere una squadra, signori miei. Perciò, o noi risorgiamo adesso come collettivo, o saremo annientati individualmente. È il football ragazzi, è tutto qui. Allora, che cosa volete fare?»

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