La ghigliottina salvi la Regina

Avevo promesso a me stesso che non avrei mai usato il blog per sfoghi personali. Ma se è per questo, avevo anche promesso a molte persone che non avrei mai aperto un blog. E così, di promessa non mantenuta in promessa non mantenuta, ecco il mio sfogo personale, viscerale, di bile; inserito, però, in circostanze altamente simboliche, che gli fanno assumere un significato più nobile.
Ero al cinema a godermi The Queen, bel film sulla regina Elisabetta d’Inghilterra. Sullo schermo la vetusta Casa Reale d’Inghilterra si scontra frontalmente con lo spirito della società contemporanea, che ha scelto Diana come sua campionessa, quella Lady D insofferente alle regole e all’etichetta.
Da che parte stare? Il mio cuore è diviso. Capirete, ho avuto un nonno monarchico e uno comunista. Ma anche il popolo inglese è diviso. Il legame viscerale con l’istituzione monarchica e col suo valore di appartenenza, infatti, è ancora forte. Il popolo, malgrado il risentimento, è sempre in soggezione di fronte alla regina. Una bambina consegna un mazzo di fiori proprio a lei, alla nemica giurata di Lady Diana. Tony Blair ha uno scatto di rabbia contro i suoi stessi cinici collaboratori.
Fin qui il film. Ora lo sfogo: brutti ignoranti, arroganti, insolenti che eravate seduti accanto a me, (ero al cinema Brera di Milano, mercoledì scorso, secondo spettacolo fila I), al cinema si sta in silenzio! Vuoi fare un commentino sottovoce? Fallo. Vuoi farne due? Falli. Tre? Te li concedo. Ma poi basta. E soprattutto, quando ti invito due volte (due volte) con fermezza a stare zitto, tu ti scusi e stai zitto. Ripeto, ti scusi e stai zitto, non vai avanti come se niente fosse.
Per giunta, alla fine della proiezione, quando si sono accese le luci, ho scoperto che qualche fila più avanti ce n’era un altro che si era tolto le scarpe e aveva appoggiato i piedi nudi sul sedile davanti. Ero allibito, queste cose non le posso vedere.
Ma all’improvviso, l’idea: i maleducati, gli arroganti, gli sfrontati, gli insofferenti alle regole, perché non li si ghigliottina tutti? Ci libereremmo di un problema tipico delle democrazie con un mezzo usato secoli fa da fior di democratici! E poi, se ci pensate, che sottile, goduriosa vendetta sarebbe per tutti i Re e le Regine del mondo. Io dico che glielo dobbiamo, non foss’altro che per gratitudine, per essere stati protagonisti delle fiabe che ci hanno fatto sognare.
Per non dire di mio nonno, quello monarchico. Si dice che i nostri morti ci guardino dall’aldilà con occhio benevolo o maligno, a seconda delle circostanze. Nonno, quando vado al cinema, guarda da un’altra parte.

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Tony D'Amato e Daniele Nardi, allenatori

«Non so davvero cosa dirvi. Tre minuti alla nostra più difficile sfida professionale. Tutto si decide oggi. Ora noi, o risorgeremo come squadra, o cederemo un centimetro alla volta, uno schema dopo l’altro, fino alla disfatta. Siamo all’inferno adesso, signori miei, credetemi. E possiamo rimanerci, farci prendere a schiaffi, oppure aprirci la strada lottando verso la luce».
I più svegli avranno già riconosciuto l’allenatore di Ogni maledetta domenica (Oliver Stone, 1999), mentre arringa i suoi giocatori prima della sfida decisiva. Certo, qui sul blog non si può apprezzare la voce roca, il tono ora pacato ora infuocato, le pause cariche di pathos, l’espressione del volto di Al Pacino, le suggestioni dello spogliatoio e delle divise; manca l’urlo finale dei giocatori; manca la musica che rende l’atmosfera ancora più elettrica. Ma ci sono le parole e c’è il senso, la cosa più importante.
Anche Daniele Nardi, oscuro allenatore di provincia, diceva parole simili a me e ai miei compagni di squadra quando giocavo a calcio a livello agonistico.
Nella vita privata nessuno di loro due è un esempio di condotta encomiabile, anzi. Ma lo sport è un’altra cosa. Lo spogliatoio è un mondo a parte, dove le regole della vita privata non hanno cittadinanza. Il valore, lì e sul campo, si dimostra in altri modi.
Ed essere allenati da persone così è una di quelle esperienze che una volta provate non si dimenticano. Anzi, ti mancano talmente tanto che continui a sentirle dentro anche a distanza di anni.
«Ma io non posso obbligarvi a lottare. Dovete guardare il compagno che avete accanto, guardarlo negli occhi. Io scommetto che ci vedrete un uomo determinato a guadagnare terreno con voi; che ci vedrete un uomo che si sacrificherà volentieri per questa squadra, consapevole del fatto che quando sarà il momento, voi farete lo stesso per lui. Questo è essere una squadra, signori miei. Perciò, o noi risorgiamo adesso come collettivo, o saremo annientati individualmente. È il football ragazzi, è tutto qui. Allora, che cosa volete fare?»

«Il mio nome è Burp, James Burp»

Era già pronto un altro post, promesso ieri a qualcuno, ma pochi minuti fa, al momento di caricarlo, ci è giunta dal nostro agente a Barcellona (neal) una notizia funesta di una gravità inconcepibile: nel nuovo film, James Bond ordinerà birra Heineken e non più Vodka Martini! Inaudito.
Probabilmente a molti di voi la cosa non dirà nulla, ma chi è cresciuto ammirando il coraggio della spia e lo stile dell’uomo, trepidando ogni volta che agenti nemici e spietati criminali internazionali tramavano per fargli la pelle, tifando per lui quando avvicinava donne bellissime col chiaro intento di trasformare entrambi in sofisticati strumenti di piacere mettendo finalmente da parte pistole, aghi velenosi, orologi al cadmio-titanio, microspie e altre bazzecole come il potere planetario; ebbene, chi è cresciuto così mi capirà: è una tragedia!
Accanto all’inconfondibile tema musicale, la sua frase “Vodka Martini agitato, non mescolato” era entrata nel mito. Con lei muore una parte di noi. Quante volte grazie al nostro eroe, replica dopo replica, noi grigi impiegatucoli abbiamo avuto l’elettrizzante privilegio di accomodarci in un salone a vetrate sul fondo dell’oceano, a un passo da un potentissimo criminale che al solo scopo di conquistare il mondo era disposto a schiacciare un bottone per fare scivolare noi e il nostro abito di sartoria nella vasca degli squali, e noi, invece di tremare come una foglia, cosa abbiamo fatto? Abbiamo avuto il sangue freddo di ordinare il nostro cocktail preferito. Non solo. Ci siamo perfino permessi il lusso di specificare il nostro gradimento su come lui ce lo doveva preparare, lui che l’indomani mattina, se noi non facevamo subito qualcosa, sarebbe stato il padrone del mondo!
Forse non ce ne rendiamo ancora conto, ma pensare che in quelle stesse condizioni uno possa ordinare una birra come un qualunque pubblicitario come me all’happy hour, non è accettabile. Certo non per realismo – chissenefrega del realismo – ma per qualcosa di molto più importante: il valore simbolico.
So che i più cinici tra voi, cioè la maggioranza, diranno “Eh già, bravo, pensi che fino adesso Martini non abbia sganciato la grana per comparire in tanti film?” Ebbene, dichiaro la mia ignoranza e confesso che non lo so. Tra l’altro, così su due piedi non ricordo nemmeno se il nome del cocktail fosse già presente nei libri di Fleming o no. E,sempre su due piedi, non mi importa un fico se Martini ha mai pagato Fleming, la sua casa editrice o i produttori dei film tratti dai suoi libri. Creare un mito non ha prezzo.
Un’ultima annotazione. Per i più visionari, in quel cocktail si poteva addirittura scorgere un simbolo del riavvicinamento tra blocco orientale sovietico (Vodka = steppe russe = fienili con dentro missili nucleari puntati sull’Europa) e occidente capitalistico e godereccio (Martini = Italia = Dolce Vita). Ora invece in una birra, con tutta la fantasia del mondo, che cosa si potrà mai vedere, o… sentire?

Un pensiero per Oriana Fallaci

Mi unisco al cordoglio dei tanti che oggi ricordano una donna coraggiosa.
Non l’ho mai scelta come mio maestro; di lei ho letto solo articoli ma mai un libro per intero; non l’ho mai incontrata di persona, né l’ho desiderato.
Eppure oggi mi sento di ringraziarla per una cosa. Una cosa semplice ma estremamente rara: essersi alzata in piedi per dire ad alta voce chi era e cosa voleva, dove stava il bene e dove il male, dove la salute e dove la malattia. Per se stessa e per la nostra civiltà.
Da quel momento non è stata più solo se stessa: rappresentava qualcosa, era un’icona, un simbolo. Amata, odiata, difesa, oltraggiata, anche e soprattutto per quello che rappresentava.
Personalmente l’ho apprezzata perché ha gridato la sua paura, perché anch’io ho avuto e ho paura.
Invece non l’ho apprezzata quando ha sputato veleno e ha insultato indiscriminatamente.
Ora, in questo venerdì piovoso, la saluto con rispetto.

11 settembre 2001. Il mito che non c'è ancora

Apro il blog sui miti miei e altrui con un post nel segno della mancanza. Mi riferisco, infatti, a un evento che non ha ancora un suo mito: l’11 settembre. A parte la coincidenza di inaugurare il mio blog nella stessa data cinque anni dopo, ciò che mi spinge a interrogarmi sul tema è la considerazione che apparentemente nessun avvenimento recente si presterebbe a fornire miti quanto quello. Chi, in Occidente, non ha visto mille volte le immagini; chi non ha seguito un talk show o un’intervista sullo svolgimento e le cause dell’attentato? Chi non si è posto domande? Eppure…
Nel caso dell’11 settembre sono tante le cose che non mancano: saggi di politica internazionale, di storia, inchieste giornalistiche in quantità, immagini video e foto non ne parliamo, film pochi ma si comincia, romanzi stesso discorso.
Purtroppo per me, a mancare è proprio ciò che mi interesserebbe di più: un bel mito. Un racconto che sgorghi dalla coscienza comune, che trasfiguri un fatto storico in un enigma irriducibile, pieno di significati non razionalizzabili e non trasmissibili in altra maniera. Come è successo, ad esempio, per la Seconda Guerra Mondiale. Con l’andar del tempo, la letteratura ha individuato le figure chiave per raccontare e comprendere miticamente cosa era successo: il partigiano buono e il nazista spietato, per dirne due.
Perché non c’è ancora un mito sull’11 settembre? Secondo me perché in realtà, malgrado tutto, quell’evento non è ancora entrato a fondo nella nostra coscienza. Come se per noi, nel profondo, le due torri fossero ancora in piedi.
Ma se è così, allora un’altra domanda mi pare interessante: perché è così?
Sento già le prime rimostranze: ma non era un blog di miti? E allora, se il mito non c’è, di cosa stiamo parlando? Vuol dire che mi tocca trasgredire già nel primo post. Spiacente, il mito non c’è. Non ancora, almeno.

(Per questo post devo tutto a un articolo di Stefano Zecchi apparso su il Giornale di ieri, domenica 10 settembre 2006)